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La tangentopoli della Fratellanza

Come in ogni Tangentopoli, non è il caso finito male a dover preoccupare di più

A Bergamo, nel 2015, il tesoriere dell’UCOII autorizzò il bonifico di quasi cinque milioni di euro destinati a costruire un nuovo centro islamico in via Baioni. La moschea non fu mai realizzata. Il presidente del centro, il medico giordano Imad El Joulani, costituì insieme ai propri familiari una nuova associazione e con quei fondi acquistò un terreno e un capannone in un’altra zona della città. Il tesoriere, Mohamed Ibrahim El Ramal, lo denunciò per appropriazione indebita, dando avvio a un processo penale.

Fin qui, un caso di cronaca locale, chiuso in sé stesso. Ma un solo dettaglio bastò a trasformarlo in qualcosa di diverso: quei cinque milioni non erano una donazione qualunque. Arrivavano da Qatar Charity, l’ente di beneficenza controllato dall’emiro del Qatar.

Il filo, tirato appena un poco, si allungò subito. Lo stesso finanziatore aveva versato altri cinque milioni a Sesto San Giovanni, 800.000 euro a Ravenna per la moschea al-Radwan, quattro milioni a Roma per trasformare un ex mobilificio a Centocelle, oltre 500.000 euro per la ricostruzione del centro islamico di Mirandola dopo il terremoto del 2012. Un progetto in Sicilia, il più antico rintracciato, risaliva già al gennaio 2013.

A questo la domanda cambia natura. Non più “chi ha rubato a Bergamo”, ma: chi decide dove va tutto questo denaro, e perché arriva proprio in Italia?

Il tesoriere che aveva autorizzato i bonifici verso Bergamo non era un semplice contabile. Mohamed Ibrahim siede contemporaneamente nei consigli dell’UCOII, dell’Alleanza Islamica d’Italia — organizzazione inserita dagli Emirati Arabi Uniti in una lista di associazioni terroristiche nel 2015 — e di Europe Trust, il fondo che finanzia le attività della Fratellanza Musulmana in tutta Europa. Lo stesso uomo che gestiva il denaro locale sedeva, nello stesso momento, al vertice della rete che quel denaro lo smista a livello continentale.

Risalendo ancora più in alto, il filo arriva a Doha. Secondo più fonti indipendenti, le scelte di finanziamento di Qatar Charity per i movimenti che l’organizzazione definisce “di liberazione” hanno seguito per decenni l’indirizzo di un solo uomo: Yusuf al-Qaradawi, morto nel 2022, la massima autorità religiosa della Fratellanza Musulmana a livello mondiale e guida spirituale di Hamas. Non un funzionario che distribuisce fondi a chiunque li richieda, ma un punto di riferimento ideologico condiviso da chi quei fondi li riceve.

Sommati, i progetti italiani finanziati da Qatar Charity arrivano a quarantacinque, per una cifra complessiva che le fonti disponibili collocano tra i 22 e i 50 milioni di euro a seconda dell’anno di riferimento. L’Italia, tra tutti i paesi europei coinvolti nello stesso programma di finanziamento, è quello che ne ha ricevuti di più.
Perché proprio l’Italia? Una prima risposta sta nell’infrastruttura già pronta ad accoglierlo: un’unica federazione di riferimento radicata sul territorio da oltre trent’anni, con dirigenti che siedono anche nei consigli delle organizzazioni europee. Il modello, qui, era già rodato prima ancora che arrivasse il denaro del Qatar.

Una seconda lettura riguarda la posizione dell’Italia stessa: un paese ponte tra il Mediterraneo e il resto d’Europa, sede della Chiesa cattolica e quindi cassa di risonanza simbolica per qualunque messaggio religioso vi si affermi, con un’opinione pubblica che pesa, per storia e collocazione, più della sua sola dimensione demografica. Influenzare il dibattito pubblico italiano significa influenzare, di riflesso, una parte della conversazione europea.

“Il documento “The Project”, scritto nel 1982 e sequestrato in Italia nel 2001, elencava già gli strumenti per il radicamento della Fratellanza Musulmana in Occidente: banche, case editrici, un’infrastruttura pensata per durare cento anni. A Bergamo quegli strumenti sono stati traditi da chi doveva metterli in pratica, e il denaro è finito altrove. Ma nelle altre cinque città, le moschee ci sono, sono aperte, sono gestite: è lì che gli strumenti previsti nel 1982 funzionano ancora oggi, quarant’anni dopo.”

“Come in ogni Tangentopoli, non è il caso finito male a dover preoccupare di più. È il sistema che ha funzionato ovunque il denaro non sia stato rubato prima di arrivare a destinazione.

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