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Qarawadi decide, il Qatar paga

Secondo i “Qatar Papers”, nel solo 2014 il Qatar ha finanziato 113 moschee e centri islamici in Europa per milioni di euro

Nel 2015 Qatar Charity lanciò un programma chiamato “Ghaith” — “pioggia abbondante” in arabo, l’equivalente coranico della manna biblica — per costruire o ristrutturare moschee in 23 paesi.

Secondo i “Qatar Papers”, l’inchiesta dei giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot basata su documenti interni dell’organizzazione, nel solo 2014 il Qatar ha finanziato 113 moschee e centri islamici in Europa per 71-72 milioni di euro.

L’Italia è il paese che ne ha ricevuti di più: 45 progetti per 22 milioni di euro.

I casi concreti, con nomi e cifre:

Bergamo: cinque milioni di euro affidati al Centro Culturale Islamico, presieduto dal medico giordano Imad El Joulani, per costruire una nuova moschea.

La moschea non fu mai realizzata. Il tesoriere dell’UCOII, Ibrahim Mohamed, denunciò El Joulani per appropriazione indebita.

Sesto San Giovanni: un progetto da 2.450 metri quadrati, cinque milioni di euro.

Ravenna: la seconda moschea più grande d’Italia, la al-Radwan, 800.000 euro dal Qatar.

Roma, Centocelle: acquisto di un ex mobilificio per quattro milioni di euro, gestito da un cittadino tunisino legato a Ennahda, il partito tunisino legato alla Fratellanza.

Mirandola: ricostruzione post-sisma del centro islamico al-Ikhlas, inaugurato il 25 maggio 2016. Costo: circa 500.000 euro da Qatar Charity, 611.000 dalla Regione Emilia-Romagna.

Sicilia: il progetto più antico rintracciato, gennaio 2013, circa 2,36 milioni di euro.

Lo stesso modello si è ripetuto in altri paesi europei.

Qatar Charity ha finanziato importanti progetti di moschee in Belgio, Irlanda e Paesi Bassi in collaborazione diretta con l’Europe Trust, il fondo che sostiene le attività della Fratellanza in Europa già incontrato in questa serie; per il progetto olandese ha lavorato anche il Ministero degli Affari Religiosi del Kuwait.

La guida di quelle moschee, secondo le fonti disponibili, è finita nelle mani di individui e gruppi legati alla rete globale della Fratellanza.

A guidare la delegazione qatariota che nel 2016 ha visitato più città italiane fu Ayyoub Abouliaqin, direttore dal 2012 al 2018 dell’ufficio europeo di Qatar Charity — l’ente britannico oggi noto come Nectar Trust.

Nella stessa missione, la delegazione è andata a Piacenza, dove ha le autorità cittadine e rappresentanti di Confindustria e Confapi.

Per l’UCOII erano presenti il presidente Izzeddin Elzir e il tesoriere Mohamed Ibrahim —

quest’ultimo membro contemporaneamente dei consigli di UCOII, Alleanza Islamica d’Italia ed Europe Trust, e presidente del Centro Islamico di Torino.

Due anni dopo, nel 2018, lo stesso Abouliaqin fu chiamato a testimoniare al processo di Bergamo, in qualità di  dirigente dell’ente che aveva stanziato i cinque milioni mai tradotti in una moschea.

Elzir stesso ammise pubblicamente l’entità del finanziamento: “In questi ultimi tre anni grazie al direttivo dell’UCOII è stato fatto un lavoro di raccolta fondi molto valido con il Qatar che ci ha consentito di procurarci 25 milioni di euro. Sono soldi del Qatar Charity, non del Qatar Foundation. La Qatar Charity garantisce trasparenza, tracciabilità tra chi dona e chi riceve. È il popolo, non lo Stato che ci finanzia.”

il totale complessivo verso l’Italia è arrivato a cinquanta milioni di euro su quarantacinque progetti — il più alto ricevuto da un singolo paese europeo — di cui almeno trenta milioni direttamente all’UCOII.

Questo finanziamento non è avvenuto in un vuoto normativo. Il 1° febbraio 2017, al Viminale, il ministro dell’Interno Marco Minniti e nove organizzazioni islamiche italiane firmarono il Patto Nazionale per un Islam Italiano, un doppio decalogo di impegni reciproci tra Stato e comunità religiose.

Tra gli impegni delle associazioni firmatarie compare, testualmente, la massima trasparenza nella gestione e documentazione dei finanziamenti ricevuti, dall’Italia o dall’estero.

È proprio dentro questa cornice che il finanziamento del Qatar all’UCOII ha ricevuto l’approvazione formale del Ministero dell’Interno.

Chi decide dove va quel denaro

Per capire perché proprio il Qatar, e non un altro finanziatore, meriti questa attenzione, serve guardare a chi ha orientato per decenni le scelte di Qatar Charity: Yusuf al-Qaradawi.

Nato in Egitto nel 1926, inviato dall’università di al-Azhar a dirigere la sede qatariota nel 1961, ottenne la cittadinanza del Qatar dopo essere fuggito dalla repressione contro la Fratellanza in Egitto.

Divenne la massima autorità spirituale della Fratellanza Musulmana a livello mondiale e la guida religiosa suprema di Hamas, il suo ramo palestinese: nel 2001 emise una fatwa che legittimava gli attentati suicidi di Hamas contro Israele.

Nel 2006 emise un’altra fatwa, questa volta sul diritto delle donne musulmane “a partecipare e svolgere il proprio ruolo nel jihad e raggiungere il martirio” in Palestina — un’autorizzazione che le esentava, per l’occasione, anche dall’obbligo di indossare il velo.

Nel 2013 firmò, insieme a Tareq al-Suwaidan — il predicatore kuwaitiano legato al Bayan Institute, — un appello al jihad in Siria contro il regime di Assad.

In quell’occasione Davide Piccardo ne prese pubblicamente le difese.

Presiedette lo European Council for Fatwa and Research, con sede a Dublino, e trasmise per decenni su Al Jazeera, l’emittente di stato qatariota.

Nel 2012 la Francia gli vietò l’ingresso dopo gli attentati di Tolosa.

Nel giugno 2017 Arabia Saudita, Egitto, Bahrein ed Emirati lo sanzionarono come terrorista.

È morto a Doha il 26 settembre 2022.

Secondo più fonti indipendenti, le scelte di finanziamento di Qatar Charity per i movimenti che l’organizzazione definisce “di liberazione” corrispondono alla lista di organizzazioni sostenute personalmente da Qaradawi.

Il legame non resta astratto: Tariq Ramadan, presidente dell’European Muslim Network di cui Hamza Roberto Piccardo è stato portavoce, riceveva 35.000 euro al mese dalla Qatar Foundation come “consulente”.

E secondo il rapporto del Ministero della Diaspora israeliano, lo stesso Qaradawi indicò personalmente Davide Piccardo, oggi a capo dell’Alleanza Islamica d’Italia, come meritevole di finanziamento.

Qatar Charity stessa porta una storia precedente a tutto questo:

fondata nel 1992, fu accusata in due processi statunitensi — “Stati Uniti contro Osama bin Laden” e “Stati Uniti contro Enaam Arnaout” — di legami con al-Qaeda, e di aver finanziato il terrorismo in Cecenia nel 1999.

Durante la crisi diplomatica del Golfo del 2017, gli Emirati Arabi Uniti la inserirono in una lista di organizzazioni terroristiche, da cui l’hanno rimossa solo nel settembre 2023.

Una causa civile per finanziamento del terrorismo, avviata a New York nel 2020, è ancora in corso.

Cosa compra davvero questo denaro, in Italia

Tornando a Bergamo, a Ravenna, a Roma: il denaro qatariota non ha comprato solo edifici.

A Bergamo ha comprato un processo penale ancora aperto.

In Italia ha comprato l’accesso diretto alle istituzioni locali — sindaci, Confindustria, Regioni — attraverso missioni ufficiali guidate dagli stessi uomini che gestiscono i fondi da Londra.

Ogni euro arrivato da Doha attraverso Nectar Trust non è un atto di beneficenza neutro: è, punto per punto, l’applicazione pratica di quello che “The Project” chiamava già nel 1982 “influenzare i centri di potere locali al servizio dell’Islam” — non più in un documento teorico, ma in bonifici, cantieri e inaugurazioni con il sindaco.

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