
Il 27 dicembre 2025 la Digos e la Guardia di Finanza di Genova fanno partire l’operazione «Domino». Su richiesta della Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo, il gip dispone nove misure cautelari in carcere per associazione con finalità di terrorismo internazionale e finanziamento di Hamas.
Sette furono eseguite, a Genova, Milano e Firenze. Due indagati si trovavano all’estero, uno in Turchia e uno a Gaza. Al centro dell’inchiesta Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, definito dagli inquirenti «vertice della cellula italiana» di Hamas.
Il caso riguarda la storia della Fratellanza Musulmana per quattro ragioni: una genealogia, un meccanismo, un ambiente e una questione di prova.
La genealogia comincia nel 1987. Durante la prima Intifada i Fratelli Musulmani palestinesi fondarono Hamas, e l’articolo 2 della sua Carta del 1988 lo definì «il ramo dei Fratelli Musulmani in Palestina». Yusuf al-Qaradawi, morto nel 2022, fu per decenni la massima autorità spirituale della Fratellanza e un riferimento religioso per Hamas: il 19 giugno 2001, in un programma di Al Jazeera, definì «sacrificio di sé» gli attacchi palestinesi e disse che chi li compie non è un suicida. Presiedette Union of Good, la rete di beneficenza che il Tesoro americano ha segnalato nel novembre 2008 come organizzazione creata dai vertici di Hamas per trasferirgli fondi.
Hannoun, nato in Giordania nel 1962, si trasferisce a Genova nel 1983. Architetto, nel 1994 cofonda l’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese, l’ABSPP, di cui fu rappresentante legale dal 2001 al 2018. Tra i cofondatori c’era Osama Alisawi, che ebbe delega a operare sui conti dell’associazione dal 2001 al 2009 e divenne poi ministro dei Trasporti nel governo di Hamas a Gaza.
Le inchieste cominciarono da lontano. Secondo le carte della Digos, già nel 1991 veniva segnalata presso il Centro islamico genovese una cellula di Hamas coordinata da Hannoun. Nel 2001 una perquisizione portò al sequestro di documenti del gruppo, ma Hannoun disse di averli trovati nei locali del Centro. Un’inchiesta degli anni Duemila sul finanziamento agli orfani dei «martiri» di Hamas fu archiviata nel 2010.
La svolta avvenne sul terreno bancario. Tra il 2021 e il 2023 diversi istituti, tra cui UniCredit, Crédit Agricole e Poste Italiane, chiusero i conti dell’ABSPP, dopo segnalazioni da paesi esteri.
L’associazione aveva già due enti con la stessa sigla, l’ABSPP del 1994 e l’ABSPP ODV del 2003, che gli inquirenti trattano come una struttura unica, con sedi a Genova, Milano e Roma.
Il 1° dicembre 2023 nacque a Milano La Cupola d’Oro, con Khalil Abu Deiah rappresentante legale e Hannoun amministratore di fatto, secondo l’accusa.
Fino al novembre 2024 sul suo conto postale entrarono 556.264 euro. Poi fu fondata l’associazione La Palma.
Per questo gli atti parlano di tre associazioni. In un’intercettazione agli atti si sente dire che la cosa più importante è «far uscire i soldi dalla Cupola d’oro, qualsiasi strada o modo».
L’accusa sostiene che siano stati versati ad Hamas, negli anni, 7 milioni e 280 mila euro. Il denaro, ricostruiscono gli inquirenti, passava attraverso organizzazioni estere e a Gaza, con l’aiuto di cambiavalute, e raggiungeva esponenti dell’organizzazione e le famiglie di prigionieri e «martiri». Le misure comportarono sequestri per oltre otto milioni di euro; un milione e 80 mila euro in contanti fu trovato nelle sedi e nelle abitazioni degli indagati.
Con Hannoun furono colpiti:
- Raed Dawoud e Yaser Elasaly, responsabili della sede milanese;
- Raed Al Salahat, membro del comparto estero di Hamas e dal 2023 nel consiglio della European Palestinians Conference;
- Riyad Albustanji e Osama Alisawi.
Per concorso esterno furono indagati:
- Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, impiegato dell’ABSPP dal 2008, referente per il Nordest e residente a Sassuolo;
- Khalil Abu Deiah;
- Saleh Mohammed Ismail Abdu, domiciliato in Turchia, accusato di aver ricevuto e trasferito ad Hamas almeno 462.700 euro.
Secondo gli inquirenti, nel dicembre 2025 Hannoun partecipò in Turchia a una riunione con Ali Baraka, esponente del comparto estero di Hamas. Il gip Silvia Carpanini ritenne concreto il rischio che fuggisse in Turchia, perché consapevole di essere indagato per terrorismo. Hannoun nega di appartenere ad Hamas e rivendica il carattere umanitario dell’attività.
Intorno a lui si muoveva un ambiente più largo. Nel novembre 2025 Yassine Lafram, allora presidente dell’UCOII, partecipò con Hannoun a una videochiamata sulla flotilla Sumud, di cui esiste il video. Lafram vi disse: «Non ho nessuna intenzione di distruggere lo Stato di Israele, credo nella sua esistenza come stato genocida», e interrogato sul perché non prendesse le distanze da Hannoun rispose di non essere il suo portavoce. Il Centro Culturale Islamico di Genova, riconducibile a Hannoun, rilanciò più volte i messaggi dell’UCOII. Il 4 gennaio 2026 Ali Abu Shwaima, fondatore del Waqf al Islami e primo segretario generale dell’UCOII, partecipò a Milano a una manifestazione per la scarcerazione di Hannoun e lo definì innocente. Davide Piccardo, alla guida dell’Alleanza Islamica d’Italia, è un suo sostenitore dichiarato.
In Parlamento Hannoun trovò un’interlocutrice in Stefania Ascari. Nata a Correggio nel 1980, avvocata penalista, deputata del Movimento 5 Stelle dal 2018, siede nella Commissione parlamentare Antimafia. Nel gennaio 2023 Ascari partecipò con l’ex parlamentare Alessandro Di Battista a una missione in Libano e nel sud della Turchia organizzata dall’ABSPP, e a marzo a una in Siria. Al ritorno entrambi chiesero sui social di donare all’associazione, e Di Battista disse in un video che erano stati raccolti circa quarantamila euro. Il 23 febbraio 2023 Ascari organizzò un evento per Hannoun a Montecitorio. Tra le carte dell’inchiesta, secondo Il Giornale, il numero due dell’ABSPP chiama Ascari e Di Battista «cari amici» mentre parla di un nuovo viaggio tra Libano, Giordania e forse Siria. Il viaggio non ci fu perché Hannoun fu arrestato. Nella stessa Commissione, il 27 novembre 2024, Ascari era stata al centro di una segnalazione alla Procura di Roma per la presunta rivelazione di informazioni secretate durante l’audizione del giornalista Michele Santoro su Maurizio Avola, il pentito legato alla strage di via D’Amelio. Lei respinse l’accusa.
Nel gennaio 2026 il Riesame di Genova annullò le misure per Abu Rawwa, Al Salahat e Abu Deiah, restarono in carcere Hannoun, Dawoud, Elasaly e Albustanji.
Il 9 aprile la Cassazione annullò con rinvio anche l’ordinanza che confermava la loro custodia. Le motivazioni, depositate il 28 maggio, dichiararono inutilizzabile il richiamo alle «fonti aperte», definito «assolutamente generico e indefinito» perché privo di origine e di vaglio di attendibilità. I documenti di provenienza israeliana erano già stati esclusi. Restavano le intercettazioni e i dati informatici dell’associazione. La Corte chiese una «rivisitazione complessiva» del quadro e l’indicazione di elementi specifici sulla consapevolezza degli indagati circa la finalità terroristica dei finanziamenti, senza pronunciarsi sulla fondatezza dell’accusa.
Il 19 giugno il Riesame confermò di nuovo la custodia per i quattro, e i difensori annunciarono un secondo ricorso in Cassazione, ancora pendente. Il 18 settembre 2026 la Procura di Genova ha chiuso le indagini preliminari per sei dei sette arrestati in Italia.
I pm hanno chiesto il rinvio a giudizio dei quattro detenuti, rinchiusi in altrettanti istituti di alta sicurezza, entro dicembre: oltre quella data scadrebbero i termini della custodia.
La sequenza suggerisce alcune ipotesi. Una prima riguarda la forma della rete. Dopo le chiusure bancarie del 2021-2023 comparvero La Cupola d’Oro e La Palma, con un rappresentante legale diverso dall’amministratore di fatto: la struttura sembra pensata per sopravvivere alla perdita della propria insegna. L’intercettazione sulla Cupola d’Oro va nella stessa direzione. Resta da stabilire in aula se quei flussi servissero davvero ad Hamas e se chi li gestiva lo sapesse.
La seconda ipotesi riguarda il tempo. Per trent’anni il problema fu meno sapere che provare. Le segnalazioni risalgono al 1991, la perquisizione al 2001, l’archiviazione al 2010: il sospetto non diventò mai una condanna, perché mancò la prova utilizzabile del destino del denaro e della consapevolezza di chi lo raccoglieva. Nel 2010 e nel 2026 lo stesso materiale incontrò lo stesso ostacolo: tutti gli atti trasmessi dalle procure estere, anche israeliana, sono dichiarati inutilizzabili.
La terza riguarda l’attenzione. L’inchiesta fu riaperta dopo il 7 ottobre 2023, con una comunicazione di notizia di reato depositata il 18 ottobre, e quasi tutto ciò che la sostiene era noto da decenni. È plausibile che abbia contato una soglia di attenzione diversa più che un fatto nuovo.
Nei mesi in cui l’ABSPP era già segnalata all’Antiriciclaggio e le banche ne chiudevano i conti, la politica italiana gli aprì più volte le porte. Il 17 febbraio 2022 Nicola Fratoianni, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, sedette accanto a Hannoun a una conferenza alla Camera.
Il 12 maggio 2022 Laura Boldrini, deputata del PD, lo ricevette nel suo ufficio per pochi minuti, come lei stessa riferisce, in occasione di una commemorazione della giornalista Shireen Abu Akleh.
Nel 2022 emerse anche un incontro tra Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, e Sulaiman Hijazi, vicepresidente dell’ABSPP.
Nel 2023 Stefania Ascari partecipò alle missioni dell’associazione e il 23 febbraio gli aprì Montecitorio.
Altri esponenti compaiono in fotografie o iniziative con Hannoun, in ordine sparso e senza date precise: i deputati del PD Marco Furfaro, Matteo Orfini e Arturo Scotto, e l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle Gaetano Pedullà, che il 9 giugno 2025 si fece fotografare abbracciato a lui e intervenne a una manifestazione organizzata dall’API.
L’effetto, a prescindere dalle intenzioni, fu di presentarlo come interlocutore rispettabile mentre il sistema finanziario cominciava a escluderlo.
La quarta riguarda l’ambiente. L’appoggio di dirigenti dell’islam politico italiano a un indagato si spiega meglio con una cornice comune che con un legame organizzativo, che le fonti non documentano. Il documento del 1982 noto come «The Project» indicava la causa palestinese come chiave di volta del consenso in tutto il mondo islamico, ed è su quel terreno che si incontrano UCOII, Alleanza Islamica e API.
Due precedenti aiutano a misurare il caso. Il primo passa dalla stessa Italia. Nel novembre 2001 la polizia svizzera perquisì la banca Al Taqwa di Lugano e la villa di Youssef Nada a Campione d’Italia, dopo l’inserimento della banca negli elenchi americani dei finanziatori del terrorismo. Il 31 maggio 2005 il procuratore federale svizzero dovette chiudere il fascicolo, e anche l’indagine italiana si concluse. Il 23 settembre 2009 il nome di Nada fu tolto dalla lista nera dell’ONU, senza udienza né motivazione. L’inchiesta cadde per carenza di prove, il sospetto storico restò in piedi: la plausibilità politica di un legame e la sua prova penale sono due cose distinte.
Il secondo precedente è americano e più stretto. La Holy Land Foundation, la maggiore organizzazione benefica musulmana degli Stati Uniti, fu chiusa nel 2001 e processata per aver finanziato Hamas attraverso comitati di zakat in Cisgiordania e a Gaza. L’accusa ammise che quei comitati non figuravano negli elenchi governativi e dovette dimostrare che erano controllati da Hamas, anche con la testimonianza di due agenti israeliani sotto pseudonimo. Il primo processo si chiuse nell’ottobre 2007 con la giuria incapace di decidere sulla quasi totalità dei capi. Il secondo, nel novembre 2008, con condanne su tutti i capi e pene da 15 a 65 anni, dopo che l’accusa aveva ridotto i capi da 197 a 108.
L’esito dipese da quali prove l’aula ammise. A Genova, nella fase cautelare, il materiale israeliano è stato escluso: ma l’impianto regge su intercettazioni e dati informatici.
C’è infine un’analogia di strumento. Un ente benefico con referenti sul territorio e sedi in più città è anche lo schema dei finanziamenti qatarioti arrivati a moschee e centri islamici italiani. Cambia il regime giuridico del denaro: quei fondi, secondo il rapporto israeliano, ebbero l’approvazione del Ministero dell’Interno, mentre questi sono oggetto di un’accusa di terrorismo.
Un’avvertenza di metodo chiude il quadro. La regola fissata dalla Cassazione vincola il giudice; allo storico ricorda che il peso di un dato dipende da chi lo fornisce. Parte di ciò che si sa della rete italiana, compresi alcuni episodi qui riferiti, viene da rapporti di governi e centri studi con una posizione nel conflitto. Sono materiali utili per ricostruire e insufficienti per condannare. Fino a una sentenza la rete di Hannoun resta la ricostruzione di un’accusa, e la sua verità storica potrebbe non coincidere con quella processuale.






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