Free4Future

Il piano dei cento anni

Il testo era un piano verso una strategia mondiale per la politica islamista

Il 7 novembre 2001, nello stesso giorno la polizia svizzera bussò a due porte. La prima era  quella sede della Al Taqwa Bank, a Lugano. La seconda era quella di una villa a Campione d’Italia, di proprietà di un finanziere egiziano di settant’anni: Youssef Nada.

Gli agenti passarono ore a esaminare la casa centimetro per centimetro.

Trovarono conti, contratti, corrispondenza, tutto il materiale che ci si aspetta di trovare nella casa di un finanziere sospettato. Tra le carte c’era anche un foglio, diverso da tutti gli altri, un testo in arabo, senza titolo, datato 1° dicembre 1982.

Quel giorno, nessuno ne colse la portata. Ci vollero anni prima che gli analisti gli dessero un nome: «The Project».

Per capire perché quel foglio era finito proprio lì, bisogna fare un passo indietro di quasi vent’anni, e attraversare la Germania.

Dal secondo dopoguerra, a Monaco di Baviera viveva una comunità di persone originarie dell’Asia centrale e del Caucaso. Si trattava, in parte, di uomini arruolati dalla Wehrmacht per combattere contro l’Unione Sovietica, rimasti in città dopo la sconfitta della Germania nazista. Erano musulmani ed erano anche reduci dell’esercito di Hitler.

Quella comunità aveva bisogno di una moschea e fu proprio nel vuoto lasciato da quel bisogno che, alla fine degli anni Cinquanta, si inserì la Fratellanza Musulmana in esilio, prendendo il controllo del progetto e creando contestualmente un proprio avamposto stabile in Europa.

Il documento trovato a Campione nel 2001 raccontava, però, qualcosa di decisamente più ambizioso della costruzione di una singola moschea.

Gli analisti che lo studiarono, confrontarono il testo con altri materiali della Fratellanza e conclusero che il documento era autentico e che rifletteva una posizione condivisa dal movimento nel suo complesso.

Il testo era un piano verso una strategia mondiale per la politica islamista. Gli storici lo hanno soprannominato “il piano a cento anni”.

Cento anni è l’orizzonte temporale esplicito dichiarato nel testo, una cifra tecnica più che una metafora. Descrive una strategia pensata per sopravvivere ai cicli elettorali, ai cambi di governo, alle generazioni. Una strategia lontana dal colpo di stato o dall’azione dimostrativa capace di far notizia in un giorno.

I dodici punti del piano sono stati redatti come un manuale operativo, con il tono asciutto di una circolare interna.

Si parla di creare centri studi per analizzare la portata politica del movimento islamico, di condurre analisi di fattibilità prima di aprire ogni nuova istituzione.

Si raccomanda di lasciare margine di flessibilità alle cellule locali, purché restino coerenti con la strategia generale.

Si invita esplicitamente a evitare gli scontri diretti che potrebbero esporre il movimento a una rappresaglia capace di distruggerlo.

Si chiede di «influenzare i centri di potere locali e globali al servizio dell’Islam».

E si indica, punto per punto, la causa palestinese come la chiave di volta attorno a cui costruire consenso e mobilitazione in tutto il mondo islamico.

È un piano di radicamento, un concetto che nella dottrina della Fratellanza ha un nome preciso: tamkeen. Significa presenza che si consolida un mattone alla volta, fino a diventare troppo profonda per essere rimossa.

Il documento indica gli strumenti per portare a termine il piano: quotidiani, riviste settimanali e mensili, stazioni radio, programmi televisivi, case editrici per la traduzione e la distribuzione di libri islamici.

Infrastrutture concrete, insomma, cui, come vedremo nelle prossime settimane, si aggiungono moschee, scuole, federazioni e canali di finanziamento.

Un rapporto che analizza la strategia della Fratellanza in Occidente rilegge, alla luce di quel documento, le tre fasi della presenza islamista:

la ricerca di un ruolo di interlocutore moderato presso le istituzioni occidentali dopo l’11 settembre 2001;

le alleanze costruite nei campus universitari tra il 2007 e il 2017 attorno alle campagne contro Israele;

più di recente, le mobilitazioni studentesche pro-Palestina.

È una lettura interpretativa, proposta dagli analisti che studiano il documento; un’ipotesi di continuità di metodo, da trattare con la stessa cautela riservata a ogni interpretazione storica aperta. Resta il fatto che è ancora oggetto di studio.

Quel documento venne trovato per caso, durante un’indagine che cercava legami con al-Qaeda. La sua scoperta, arrivata per una strada del tutto diversa da quella cercata, conta forse anche di più.

Non era stato scritto per essere letto da un investigatore occidentale, era un documento interno, utile a organizzare i convinti, più che a reclutare gli scettici.

In un’enclave italiana di duemila abitanti, quel giorno di novembre, quell’obiettivo perse la sua segretezza.

free4future

Add comment