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Il complotto che ha portato la Fratellanza in Europa

Nell’agosto del 1965 la polizia segreta egiziana arrestò migliaia di persone legate alla Fratellanza Musulmana

Nell’agosto del 1965 la polizia segreta egiziana arrestò in poche settimane migliaia di persone legate alla Fratellanza Musulmana. L’accusa fu di aver organizzato un complotto per assassinare il presidente Gamal Abdel Nasser. Il complotto esisteva davvero: un’organizzazione clandestina con campi di addestramento paramilitare, della quale anche Sayyid Qutb — l’ideologo che aveva riscritto il pensiero della Fratellanza in chiave di rottura totale con lo stato — risultò al corrente. Nell’agosto 1966 Qutb venne impiccato, insieme ad altri due dirigenti. Migliaia di altri membri della Fratellanza furono arrestati. Non era la prima ondata — Nasser aveva già colpito il movimento nel 1954 — ma fu la più dura, e per una generazione di dirigenti segnò la fine di ogni possibilità di restare in Egitto.

Chi riuscì a scappare andò quasi ovunque: Arabia Saudita, Giordania, Siria. Ma l’Europa offriva due cose che il mondo arabo, in quegli anni, non poteva garantire: la libertà di movimento sotto stati che non rispondevano all’Egitto, e una popolazione musulmana già presente su cui appoggiarsi.

A Monaco di Baviera viveva dal dopoguerra una comunità originaria dell’Asia centrale e del Caucaso. Erano stati catturati come prigionieri di guerra sovietici dopo l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica nel 1941, e la Germania li aveva arruolati nelle cosiddette legioni dell’Est. Il Gran Muftì di Gerusalemme, Hajj Amin al-Husseini, agì come consigliere spirituale di queste unità musulmane della Wehrmacht. Erano musulmani, avevano combattuto con i nazisti, poi erano rimasti in Germania. Quella comunità aveva bisogno di una moschea, e non aveva né i fondi né una guida per costruirla.

Said Ramadan colse l’occasione. Genero di Hasan al-Banna — il fondatore della Fratellanza Musulmana, legato al Muftì di Gerusalemme Hajj Amin al-Husseini, alleato dichiarato di Hitler durante la guerra, e a sua volta ammiratore delle organizzazioni paramilitari naziste, sul cui modello disegnò le milizie giovanili del movimento — Ramadan era già rifugiato in Svizzera dal 1958. Entrò nella commissione incaricata della costruzione e nel giro di pochi anni ne divenne presidente, procurando fondi sauditi attraverso la Lega Musulmana Mondiale. Monaco, per la Fratellanza in esilio, non era una scelta casuale: offriva una comunità pronta ad accogliere una nuova leadership religiosa, un canale di finanziamento dal Golfo già attivo, e uno stato — la Germania Ovest della guerra fredda — poco interessato a controllare cosa accadesse dentro una moschea.

Fu in quel cantiere che Ramadan strinse legami destinati a durare decenni. Tra i giovani che lo affiancarono c’era un siriano di nome Ali Ghaleb Himmat, che nel 1973 sarebbe diventato presidente della moschea — l’anno stesso del suo completamento — mantenendo quella carica per trent’anni.

Nel settembre 1972, mentre il cantiere della moschea procedeva verso la fine dei lavori, la stessa città fu teatro di uno degli eventi terroristici più mediatici del secolo: la strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi, compiuta da Settembre Nero. La coincidenza di tempo e di luogo racconta comunque qualcosa su quella Monaco: negli stessi anni, nella stessa città, si intrecciavano la costruzione paziente di un’infrastruttura religiosa pensata per conquistare posizioni di potere in Occidente e un episodio che avrebbe cambiato per sempre la percezione occidentale del terrorismo internazionale.

Sette anni erano bastati — dal 1965 al 1972 — perché una repressione nata al Cairo per stroncare la Fratellanza Musulmana facesse nascere nel cuore dell’Europa un’istituzione capace di infiltrarsi in Occidente e prendere posizioni di potere.

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