
La creazione della Brigata Ebraica alla fine di settembre del 1944 fu il risultato di un processo lungo e tortuoso, segnato da interessi contrapposti, calcoli politici e resistenze burocratiche. Per comprendere il significato di quella formazione militare occorre partire dal settembre del 1939.
1. Lo scenario: la minaccia dell’Asse sul Medio Oriente
Quando la Germania invase la Polonia nel settembre 1939 e la Gran Bretagna dichiarò guerra al Terzo Reich due giorni dopo, l’Yishuv, la comunità ebraica della Palestina mandataria, si trovò di fronte a uno scenario preoccupante.
Da una parte, l’Italia fascista, alleata di Hitler e il cui esercito presidiava la Libia e l’Africa Orientale, già nel settembre 1940 aveva iniziato ad attaccare diversi obiettivi all’interno del Mandato.
Dall’altra, se le forze dell’Asse avessero sfondato in Nord Africa, avrebbero di certo puntato dritto alla Palestina mandataria e si sarebbero scagliate contro la comunità ebraica. Un timore che si concretizzò ancora di più nel giugno 1942, quando Rommel conquistò Tobruk e avanzò verso l’Egitto; un pericolo anticipato dalle parole di Adolf Hitler rivolte ad al-Husseini durante il loro incontro occorso a Berlino nel 1941, dove promise di portare la “soluzione finale” in Nordafrica e in Medio Oriente dove vivevano un totale di 700.000 ebrei.
Solo la vittoria di Montgomery nella battaglia di El-Alamein scongiurò momentaneamente il pericolo.
2. Weizmann, Ben Gurion e la divisione interna
L’Agenzia ebraica si pose quindi come obiettivo vitale quello di creare una forza militare ebraica autonoma, un percorso tutt’altro che facile dal momento che contrappose, al suo interno, punti di vista completamente diversi.
Chaim Weizmann, presidente dell’Organizzazione sionista mondiale e colui che aveva ottenuto la Dichiarazione Balfour nel 1917, puntava alla costruzione di un rapporto privilegiato con la Gran Bretagna. Secondo lui, la Jewish Army doveva essere inviata in Europa per combattere direttamente i nazisti da lì, ma anche per coinvolgere gli ebrei della diaspora e legittimare diplomaticamente il progetto sionista agli occhi delle grandi potenze. Inoltre, riteneva che ne avessero il diritto, alla luce di quanto stava accadendo in Europa contro gli ebrei, per «vendicare i martiri e aiutare a liberare i sopravvissuti».
David Ben Gurion, futuro primo premier di Israele, aveva un’opinione completamente diversa. La sua preoccupazione principale era la difesa della comunità ebraica nel Mandato, dalle minacce di cui si è appena detto. Tra l’altro, non solo era preoccupato per un’invasione dell’Asse ma anche per un possibile esacerbarsi dei rapporti con gli arabi che, forti dell’alleanza stipulata tra il Gran Muftì di Gerusalemme e la Germania nazista, avrebbero potuto sollevarsi in una seconda Rivolta, come quella scoppiata alla fine degli anni ‘30. Quindi non solo si doveva creare una forza a protezione dell’Yishuv ma si doveva impedire un’emorragia di forze in ausilio al fronte europeo.
3. Le resistenze britanniche: tre ragioni strutturali
Di fronte alle richieste dell’Agenzia ebraica, il governo britannico per cinque anni cercò di svicolare il problema, per ragioni di natura politica, strategica e coloniale.
In prima istanza, la creazione di una forza ebraica autonoma avrebbe coinciso con una sorta di legittimazione implicita di una realtà statuale ebraica, dato che emerge anche da alcuni documenti del War Office in cui si affermò che creare un’armata ebraica, con bandiera e distintivo propri, avrebbe significato accettare il principio dello Stato ebraico. Gli inglesi non potevano permetterselo perché nel 1939, con il Libro Bianco, avevano limitato drasticamente l’immigrazione ebraica nella Palestina mandataria e bloccato la vendita di terre agli ebrei, con l’obiettivo di rassicurare gli arabi che la Palestina sarebbe rimasta a maggioranza araba.
Per quel che concerne, invece, il piano militare, le autorità britanniche temevano che armare e addestrare gli ebrei palestinesi si sarebbe rivelato un errore perché, a guerra conclusa, sarebbe rimasta in auge una forza strutturata che avrebbe anche potuto sollevarsi contro l’amministrazione della Corona.
Infine, non meno importante, c’è il punto di vista degli equilibri interni al mandato che si riallaccia a quello politico. Il Colonial Office temeva la reazione degli arabi: qualsiasi concessione militare agli ebrei avrebbe potuto riaccendere la Rivolta orchestrata da Hajj Amin al-Husseini, il Gran Muftì di Gerusalemme, che aveva insanguinato il Mandato dal 1936 al 1939. Inoltre, sapendo che il nazionalismo arabo era già allineato con le potenze dell’Asse, avendo iniziato a prendere finanziamenti da Mussolini già all’inizio degli anni ‘30 e, successivamente, anche da Hitler, era imprescindibile per la Gran Bretagna non scaldare anche quel fronte.
4. La tattica del rinvio: dai Buffs al Palestine Regiment
In ogni caso, a poco a poco, il governo britannico cominciò a fare alcune concessioni al fronte sionista, nel tentativo di contenere la sue istanze.
Nel settembre 1940, sotto la pressione congiunta dell’avanzata italiana in Nordafrica e dietro alle insistenze di Weizmann, si autorizzò la formazione di compagnie palestinesi a patto che fossero miste, con ebrei e arabi in pari numero, da aggregare al Royal East Kent Regiment, i cosiddetti Buffs. Il governo di Londra non intendeva favorire i sionisti rispetto agli arabi, sebbene il minore arruolamento di arabi espliciti già di per sé l’ostilità contro l’amministrazione britannica ma anche che non tutti erano d’accordo con la visione nazionalista araba promossa da al-Husseini e dai suoi seguaci. A inizio settembre del 1942 si contavano 2.284 ebrei e 1.339 arabi arruolati.
Poco dopo, con i tedeschi ai confini dell’Egitto, il Colonial Office e il War Office accettarono la formazione del Palestine Regiment. Anche in questo caso, non vi fu alcuna intenzione di base di creare una vera forza combattente: questa mossa servì a zittire ancora una volta l’Agenzia ebraica ma anche per accontentare l’opinione pubblica filosionista americana. Infatti, già nel maggio di quell’anno, tra le mozioni finali della Conferenza sionista di Biltmore, New York, venne dichiarata con forza la richiesta della creazione di una forza combattente ebraica cui seguì, nel luglio 1944, una mozione presentata da Lord Strabolgi alla Camera dei Lord a sostegno della causa. Churchill, simpatizzate del movimento sionista, trovò finalmente le condizioni per agire.
Il 28 settembre 1944 Churchill comunicò la formazione del Jewish Brigade Group alla Camera dei Comuni.
5. La formazione della Brigata: una vittoria a metà
La Brigata si formò nel campo di Burg El Arab, vicino ad Alessandria d’Egitto. Il piano prevedeva di integrare le 1.600 reclute ebree del Palestine Regiment con volontari provenienti dalla Palestina, dalla Gran Bretagna e dalle Mauritius, dove si trovavano circa 1.500 profughi ebrei. Anche gli ebrei dell’ex esercito polacco inquadrati nell’esercito britannico potevano fare domanda di trasferimento.
I risultati furono, però, deludenti. Una componente significativa dell’ebraismo britannico, per esempio, si oppose all’idea di unità militari etnicamente separate. C’erano poi già circa 22.000 ebrei del Mandato che servivano in altre unità dell’esercito inglese, tanto che Ben Gurion stesso fu restio a inviare altri uomini, temendo che la loro assenza prolungata avrebbe indebolito l’Yishuv in vista di un possibile scontro con gli arabi. Venne, inoltre, reso complicato l’arruolamento degli ebrei rifugiati tra Spagna, Svezia e Italia così come quelli del Sud Africa o del Sud America. Per non parlare degli ebrei dei paesi arabi.
6. Il significato di una formazione mai pienamente voluta
La nascita del Jewish Brigade Group fu, quindi, una vittoria parziale perché, se è pur vero che per la prima volta, nella storia moderna, fu organizzata un’unità militare che agì sotto una bandiera con la Stella di Davide, ogni sforzo per ottenerla fu ostacolato dall’amministrazione britannica. E, alla fine di cinque anni di strenue trattative, si ottenne una brigata che raggiunse il numero massimo di 5.260 uomini, di cui mille non ebrei, con ufficiali in gran parte britannici, senza il diritto di addestrare i propri specialisti delle comunicazioni e con l’obbligo di sciogliersi prima di rimettere piede in Palestina.






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