
Tra il maggio e il luglio del 1945 la Brigata Ebraica svolse in Italia il lavoro più significativo della sua storia. La guerra era finita, i battaglioni si erano radunati a Brisighella e se per gli altri reparti alleati cominciava il tempo del rientro, per gli uomini della Brigata cominciava una nuova missione: salvare quello che restava dell’ebraismo europeo.
- Il Tarvisio: il confine come porta
Il 22 maggio 1945 la Brigata si trasferì al passo del Tarvisio, nell’estremo nord-est del Friuli, al confine tra Italia, Austria e Iugoslavia. L’incarico ufficiale era quello di sorvegliare la zona di confine e fungere da raccordo nella catena dei rifornimenti verso l’Austria. I tre battaglioni si dislocarono tra Tarvisio, Camporosso e i comuni della val Canale mentre la 178a compagnia trasporti si acquartierò a Valborghetto-Valbruna. Il resto delle unità andò a Ugovizza, a metà strada tra Valbruna e Camporosso. Era un dispiegamento che il comando britannico aveva deciso per ragioni logistiche, senza tenere in conto le implicazioni politiche.
Lo stesso Shlomo Shamir, comandante degli ufficiali della Haganah nella Brigata, avrebbe commentato anni dopo: «Sul perché i britannici decisero di schierarci proprio in un luogo che si confaceva ai nostri bisogni nazionali, non ho una risposta chiara. È possibile sia stato un miracolo.» Infatti, la zona del Tarvisio si trovava al centro di numerose linee di transito di profughi. Gran parte di coloro che attraversavano il confine proveniva da Villach, Klagenfurt, Salisburgo e Graz, dove le autorità alleate avevano allestito centri di soccorso per i rifugiati.
Pochi giorni dopo il loro arrivo, gli uomini della Brigata trovarono il primo gruppo di sopravvissuti a Klagenfurt, in Austria. La loro situazione era a dir poco drammatica, vivevano in condizioni bestiali dentro ad alcuni vagoni merci abbandonati su un binario morto; il tutto nonostante ci fosse un ufficiale americano a occuparsi di loro, privo però dei mezzi sufficienti per aiutare tutti.
Con il consenso del brigadiere Benjamin, la Brigata allestì allora due campi di transito, uno a Valbruna e uno a Pontebba. Il rabbino militare Bernard Casper stimò che circa 8.000 profughi vi passarono nelle settimane seguenti, per un totale di circa 15.000 persone dalla metà di giugno alla metà di agosto 1945.
- La macchina del soccorso: TTG e Merkaz La’Gola
Le operazioni di trasporto e smistamento dei profughi erano illegali. I camion militari britannici non potevano, infatti, essere impiegati per scopi umanitari, senza contare che i rifugiati non avevano documenti regolari e che i percorsi verso l’Italia attraversavano zone di confine strettamente controllate. Per aggirare tali ostacoli, i volontari ebrei all’interno della Brigata avevano messo in piedi una struttura nota con la sigla TTG — acronimo della locuzione «Tilhas Tizi Gescheften», un’espressione volutamente volgare relativa a un’unità di fatto inesistente e composta da una cinquantina di autisti scelti dall’Haganah. Quando arrivava un camion per una riparazione, lo si sistemava rapidamente e poi lo si usava per le missioni di salvataggio. Quando lo si restituiva, con il contachilometri manomesso, nessuno sospettava che fosse mai uscito dall’officina.
Parallelamente, a Milano fu costituito il Merkaz La’Gola, il centro operativo che coordinò il transito dei sopravvissuti tra Tarvisio e i porti del sud. Altri volontari ebrei, appartenenti alle compagnie 745a e 739a del RASC, erano già presenti in città al seguito degli Alleati: si erano acquartierati presso l’aeroporto di Taliedo e in viale Zara, nella zona dello stabilimento Pirelli. La rete si estendeva da un capo all’altro della penisola.
Il numero di volontari della Brigata impegnati in queste attività clandestine rimase sempre incerto. Shamir stimò tra le cinquanta e le settanta unità impegnate a pieno regime al Tarvisio e in Italia; circa 250 sarebbero poi rimaste attive dopo il trasferimento della Brigata in Belgio e Olanda.
- Via dell’Unione 5: il cuore di Milano
In via dell’Unione 5, Palazzo Erba Odescalchi, prima sede del gruppo fascista «Amatore Sciesa», destinato poi alla comunità ebraica milanese dal Comitato di Liberazione Nazionale, venne aperto il centro di accoglienza per i sopravvissuti più importante del Nord Italia. Sede che, tra l’altro, ebbe anche il ruolo di sinagoga dal momento che quella di via della Guastalla era stata data alle fiamme.
Al piano superiore della struttura c’era un dormitorio mentre al pianterreno si trovavano la mensa, la sinagoga e un poliambulatorio. Chaim Lazar, attivista sionista presente in quei mesi a Milano, descrisse via dell’Unione come il luogo da cui «venivano tirate le migliaia di fila celate in tutti gli angoli d’Europa: nei campi profughi, nei punti di transito, nelle unità ebraiche dell’esercito britannico e nella Brigata Ebraica, nelle istituzioni assistenziali negli Stati Uniti e nei centri delle attività clandestine in Eretz Israel».
Il numero complessivo di profughi che transitarono per via dell’Unione tra il 1945 e il 1950 rimane incerto, tuttavia secondo le stime oscillarono tra 10.000 e 35.000. Arrivavano spesso in condizioni fisiche gravissime tanto che un medico del poliambulatorio di via dell’Unione descrisse il sistema adottato dalla Brigata come una «quarantena aperta»: i profughi venivano controllati al Tarvisio, poi a Milano e infine avviati verso i porti solo se dichiarati idonei. I casi di tubercolosi venivano invece separati e inviati a una clinica specializzata allestita a Merano nell’estate del 1945.
- L’aiuto alle comunità ebraiche italiane
I volontari della Brigata si occuparono anche di ricostruire il tessuto delle comunità ebraiche italiane, devastato dalle leggi razziali e dall’occupazione nazista. A Milano, grazie all’intervento dei soldati ebrei, fu possibile rientrare in possesso delle due villette di via Eupili — l’ex scuola ebraica allestita dopo l’espulsione di allievi e docenti dagli altri istituti — che erano state occupate da un comando di vigili urbani. Dall’edificio era stato portato via tutto, persino i caloriferi. I soldati batterono l’intera città per recuperare tutto, compresi i libri, ritrovati al Castello Sforzesco.
La scuola riaprì a maggio del ’45 e divenne un centro di assistenza per i bambini della comunità ma anche per quelli che arrivano da oltre confine, la maggior parte orfani. Confluirono qui anche quelli che si erano rifugiati nelle campagne circostanti e nei conventi. Si cercò di ridare loro una vita normale, tanto che i soldati organizzarono vere e proprie gite scolastiche. Fu riaperta anche la casa di riposo di via Ippolito Nievo. Per questo, il corrispondente di guerra Norman Lourie, che aveva documentato l’intera campagna della Brigata dalla Romagna al Tarvisio, intitolò uno dei suoi articoli: «Brigade aids Italian refugees — Reorganizes Jewish community» (La Brigata aiuta i rifugiati italiani — riorganizza la comunità ebraica).
- Sciesopoli a Selvino: l’orfanotrofio più importante d’Europa
Tra i centri attivati grazie all’intervento della Brigata, Sciesopoli a Selvino, nelle Prealpi bergamasche, rappresentò il caso più significativo. L’edificio era stato costruito nel 1933 dal regime fascista come colonia per i Balilla. Si stattava di una struttura moderna, elegante, circondata dal bosco, che la propaganda fascista aveva definito «la colonia più bella d’Europa». Il 21 settembre 1945, su interessamento del presidente del Consiglio Ferruccio Parri e del sindaco di Milano Antonio Greppi, fu affidata alla comunità ebraica milanese e da essa alla Brigata Ebraica. La diresse Moshe Zeiri, ebreo galiziano, volontario nel Genio britannico, con la moglie Yehudit. Tra il 1945 e il 1948 vi transitarono circa ottocento bambini ebrei, soprattutto polacchi, ungheresi, russi e romeni, sopravvissuti ai campi, ai ghetti, alle foreste in cui si erano nascosti. Il motto di Zeiri era quello del sionismo delle origini: «Costruire ed essere costruiti.»
- Le navi verso la Palestina mandataria
L’obiettivo finale di tutta la rete era raggiungere l’Yishuv, nella Palestina mandataria. Le restrizioni britanniche all’immigrazione ebraica, fissate dal Libro Bianco del 1939, erano ancora in vigore dunque ogni viaggio era di per sé clandestino. Il Mossad e l’Aliyah Bet coordinarono gli imbarchi dai porti italiani, con il supporto logistico dei volontari della Brigata ma anche di tanti italiani, come Ada Sereni.
Tra l’agosto e il dicembre 1945 salparono dai porti italiani sei navi di sopravvissuti ebrei, per un totale di circa 780 clandestini. La prima fu la Sirius, partita da Cesarea con 35 passeggeri, poi il Nettuna, con un totale di 152 persone in due viaggi. Seguirono: il Pietro con un totale di 341 in due viaggi e l’Andarta, ribattezzato poi Hanna Senesh dal nome della poetessa e paracadutista ebrea ungherese catturata e fucilata dai nazisti nel 1944, con 250 persone e che giunse a Nahariya il 25 dicembre.
L’armatore della nave Pietro, Augusto Ariccia, per tale attività fu anche arrestato dalla polizia di sicurezza militare britannica e interrogato. Fu poi rilasciato con obbligo di dimora e non rivelò mai i nomi degli organizzatori.
- Il trasferimento in Belgio e Olanda
Il 27 luglio 1945 la Brigata Ebraica lasciò il Tarvisio. Il governo britannico aveva deciso di non smantellarla ma di trasferirla nel Nord Europa, il più lontano possibile dai porti del Mediterraneo, nel tentativo di limitarne l’attivismo sionista. Il viaggio verso il Belgio durò sei giorni, due dei quali attraverso la Germania distrutta. Il corrispondente di guerra Lourie documentò il passaggio della Brigata presso Landsberg, dove i camion con la Stella di David sfilarono davanti a un campo profughi e 4500 ebrei li salutarono con grande entusiasmo.
Una volta arrivati a destinazione, il primo battaglione si stabilì ad Anversa, con il quartier generale a Brasschaet. Il secondo e il terzo battaglione raggiunsero le aree costiere del nord dell’Olanda. Le compagnie di artiglieria e del genio si sparpagliarono invece tra Keerbergen, Baarlo, Mook, Walcheren e Scheveningen.
Anche in Belgio e Olanda la Brigata continuò le attività di soccorso ai profughi, aprì centri di accoglienza ad Anversa, aiutò a riaprire la scuola ebraica Tachkemoni e si diede da fare per rintracciare bambini ebrei nascosti nei conventi cattolici. Un anno dopo, la Brigata fu infine sciolta.
Entro la fine di luglio, tutti i soldati erano tornati in Palestina, pochi mesi prima, nel novembre 1945, avevano organizzato uno sciopero della fame per protestare contro la politica migratoria britannica, rimasta invariata anche dopo la vittoria laburista nelle elezioni del luglio 1945.
- Il bilancio
Si stima che tra le 10.000 e le 15.000 persone abbiano raggiunto i centri di accoglienza italiani grazie alle operazioni logistiche della Brigata e delle compagnie ebree palestinesi nella sola estate del 1945. Un impegno che lo storico Stefano Scaletta ha così sintetizzato: «Il contributo maggiormente significativo offerto dalla Brigata Ebraica è da collocarsi nel contesto del dopoguerra. Esso riguarda, in particolare, l’Aliyah Bet e l’azione di reperimento armi avviata dalla Haganah in Europa.»
Trentacinque degli uomini che avevano combattuto sul Senio divennero generali dell’esercito israeliano. Due di loro, Mordechai Maklef e Haim Laskov, ricoprirono la carica di Capo di Stato Maggiore dell’IDF.
Nel cimitero militare del Commonwealth di Piangipane, in provincia di Ravenna, riposano le salme di trentatré soldati della Brigata. Le loro lapidi recano ancora il simbolo del Palestine Regiment: il ramoscello di ulivo con la scritta Palestina in inglese, arabo ed ebraico.






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