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Moshe Zeiri, il soldato dei bambini

Zeiri doveva fare assolutamente qualcosa per loro

Moshe Zeiri nacque in Galizia all’inizio del Novecento. Di formazione falegname, di vocazione teatrante, emigrò nella Palestina mandataria negli anni Trenta insieme ad altri giovani ebrei che lasciavano le «terre di sangue» dell’est europeo per costruire qualcosa di nuovo. Quando nel 1944 la Brigata Ebraica fu costituita, Zeiri si arruolò come volontario nel Genio britannico e risalì l’Italia con l’esercito alleato.

Alla fine della guerra Zeiri non tornò a casa. Nelle settimane successive alla liberazione si trovò di fronte a una realtà che nessun addestramento militare aveva preparato a vedere: la fiumana di orfani, sopravvissuti ai campi di sterminio, ai ghetti e alle foreste dove si erano nascosti, che vagavano per l’Europa senza famiglia e senza futuro. Erano polacchi, ungheresi, russi, romeni. Avevano tra i cinque e i diciassette anni e molti non parlavano altra lingua che lo yiddish.

Zeiri doveva fare assolutamente qualcosa per loro. 

A Selvino, nelle Prealpi bergamasche, a venti chilometri da Bergamo trovò un edificio che faceva al caso suo. Si chiamava Sciesopoli ed era stato costruito nel 1933 dal regime fascista come colonia per i Balilla. Era una struttura moderna e circondata dal bosco. Il 21 settembre 1945, su interessamento di Ferruccio Parri e del sindaco di Milano Antonio Greppi, Sciesopoli fu affidata alla comunità ebraica milanese e da essa alla Brigata Ebraica. Zeiri ne divenne il direttore, insieme alla moglie Yehudit.

Tra il 1945 e il 1948 passarono per Sciesopoli circa ottocento bambini, tanto che divenne l’orfanotrofio ebraico più importante dell’Europa del dopoguerra. Il metodo di Zeiri era semplice: lavoro comune, responsabilità condivisa e l’ebraico come strumento di rinascita identitaria, in quanto lingua della terra che quei bambini si preparavano a raggiungere. 

La giornata cominciava all’alba con un’adunata e l’alzabandiera. Poi si studiava, si facevano lavori domestici e si studiava canto. Uno dei bambini che vi transitò raccontò anni dopo: «Dopo due settimane avevo ricominciato a tirare cuscini e a ballare con le ragazze. Due settimane, non di più, ed eravamo tornati alla nostra età.»

Trentacinque anni dopo, nel 1983, sessantasei di quei bambini, ormai adulti, sono tornati a Sciesopoli, per ritrovare il luogo dove avevano capito che esisteva ancora una vita che valeva la pena di essere vissuta. Tutto grazie a Moshe Zeiri.

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