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Tre moschee, tre reti di potere

Chi finanzia le moschee italiane, chi forma gli imam che le guidano, e chi ne possiede fisicamente gli edifici

Questa settimana raccontiamo chi finanzia le moschee italiane, chi forma gli imam che le guidano, e chi ne possiede fisicamente gli edifici: tre risposte diverse, tre reti diverse, la stessa domanda di fondo.

A San Giovanni Lupatoto, vicino Verona, ha sede l’Istituto Italiano degli Studi Islamici e Umanistici, noto come Bayan. Un rapporto del Ministero dell’Interno francese, pubblicato nel maggio 2025, lo indica come il principale centro di formazione per imam in Europa, finanziato attraverso fondi kuwaitiani.

A possedere fisicamente le moschee italiane è spesso un ente diverso da chi ci prega dentro. Il Waqf al Islami fi Italia, fondato ad Ancona nel 1989, detiene almeno venti immobili adibiti a luogo di culto in tutta Italia. Il suo primo presidente fu Ali Abu Shwaima, lo stesso uomo che un anno dopo, sempre ad Ancona, sarebbe diventato primo segretario generale dell’UCOII.

A Torino, un progetto da 17 milioni di euro finanziato in parte dal re del Marocco trasformerà le ex Fonderie Nebiolo nella seconda moschea “ufficialmente riconosciuta” d’Italia. Qui la domanda aperta riguarda la trasparenza dei finanziamenti, non un’appartenenza a una rete specifica: resta un caso aperto, mai del tutto chiarito nemmeno dal consiglio comunale.

Tre modelli di finanziamento, tre gradi di anonimato. Questa settimana li mettiamo uno accanto all’altro.

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