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Il medico che comprò le moschee

Nato ad Amman, in Giordania, arriva a Perugia nel 1969 e pochi mesi dopo fonda l’Unione degli Studenti Musulmani in Italia

Ali Abu Shwaima possiede, attraverso un unico ente, almeno venti immobili adibiti a moschea in tutta Italia. 

Nessuno sa con certezza da dove siano arrivati i soldi per comprarli.

Nato ad Amman, in Giordania, il 13 ottobre 1950 arriva in Italia per studiare a Perugia nel 1969 e pochi mesi dopo, nel 1970, fonda lì l’Unione degli Studenti Musulmani in Italia. 

Studia medicina a Milano, ottiene la cittadinanza e lavora come medico nelle strutture sanitarie di Milano e Corsico. Un percorso di integrazione professionale ineccepibile, sulla carta.

Parallelamente, costruì qualcos’altro. Nel 1974 apre  a Milano un punto di riferimento per i musulmani, ufficializzato nel 1977 come Centro Islamico. Nel 1989 fonda e presiede il Waqf al Islami fi Italia: un ente a cui i musulmani italiani potevano intestare le proprietà destinate a moschee. 

Da quel momento, chi voleva comprare una moschea non diventava proprietario: la intestava a lui, o meglio, all’ente che lui presiedeva e presiede ancora oggi, unico titolare che quell’ente abbia mai avuto.

Il 9 gennaio 1990, ad Ancona, fa la stessa mossa su scala nazionale: diventa segretario generale dell’UCOII. A livello europeo, entra nella dirigenza dell’Europe Trust, il fondo che la FIOE usa per finanziare le proprie attività attraverso investimenti immobiliari — un patrimonio parallelo a quello italiano, gestito con la stessa logica, sotto un’altra sigla. 

Guida anche il dipartimento da’wa della FIOE, dirige la sua rivista ufficiale, Al-Europiya, e presiede nel 1999/2000 l’Istituto Europeo di Scienze Umane, con un dipartimento di formazione degli imam.

E’  nella Consulta del Comune di Milano per gli stranieri e anche in quella della Regione Lombardia.

Poligamo praticante con due mogli e sette figli, dichiarò al Giornale: «Personalmente ho celebrato decine di matrimoni religiosi. Non mi sento assolutamente in colpa. Il problema è solo di voi italiani. La legge è infatti dalla nostra parte. Non solo la Corte Costituzionale ha abrogato l’articolo 560, quello che puniva il concubinato. Ma non si configura nemmeno il reato previsto dall’articolo 556, quello sulla bigamia, considerato che il secondo matrimonio è un semplice matrimonio religioso, senza alcun effetto civile».

I politici italiani lo corteggiano:  a fine febbraio 2018, poco prima delle elezioni politiche e regionali, ospitò nella sua moschea di Segrate un incontro con il segretario milanese del PD Pietro Bussolati e la consigliera comunale Sumaya Abdel Qader. 

Pochi giorni dopo, il bollettino della stessa moschea invitò esplicitamente “musulmani, familiari e amici” a votare per i partiti favorevoli allo ius soli.

Non si sa con certezza da dove siano arrivati i fondi per costruire, in trentacinque anni, un patrimonio immobiliare che nessuna legge italiana obbliga a rendere pubblico. 

Si può ipotizzare che quell’opacità garantisca continuità di controllo ideologico sulle moschee. 

Si può ipotizzare che mantenga aperto un canale di finanziamento estero che sfugge ai controlli bancari ordinari. 

Restano, appunto, ipotesi: quello che è un fatto è che un solo uomo, con un unico ente, decide ancora oggi chi entra e chi predica in almeno venti moschee di culto italiani.

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