
A San Giovanni Lupatoto, vicino Verona, ha sede l’Istituto Italiano degli Studi Islamici e Umanistici, noto come Bayan. Un rapporto ufficiale francese del maggio 2025, ne parla diffusamente: Bayan mira a diventare il principale centro di formazione per imam in Europa, e ha ricevuto finanziamenti attraverso l’International Islamic Charity Organisation kuwaitiana.
Quello che il rapporto francese aggiunge, e che finora non era mai emerso, è che Bayan non è il solo. È l’ottavo istituto di una rete che si chiama IESH, Istituto Europeo di Scienze Umane, nata nel 1990 a Château-Chinon, in Borgogna, come modello pilota per l’intera Europa. Da lì nacquero altri sei istituti: due in Francia, due nel Regno Unito, uno a Francoforte, uno a Helsinki.
A San Giovanni Lupatoto, vicino Verona, ha sede l’Istituto Italiano degli Studi Islamici e Umanistici, noto come Bayan. Un rapporto ufficiale francese del maggio 2025, ne parla diffusamente: Bayan mira a diventare il principale centro di formazione per imam in Europa, e ha ricevuto finanziamenti attraverso l’International Islamic Charity Organisation kuwaitiana.
Quello che il rapporto francese aggiunge, e che finora non era mai emerso, è che Bayan non è il solo. È l’ottavo istituto di una rete che si chiama IESH, Istituto Europeo di Scienze Umane, nata nel 1990 a Château-Chinon, in Borgogna, come modello pilota per l’intera Europa. Da lì nacquero altri sei istituti: due in Francia, due nel Regno Unito, uno a Francoforte, uno a Helsinki.
A questa stessa rete appartiene Ali Abu Shwaima, il fondatore del Waqf al Islami e primo segretario generale dell’UCOII, presidente dell’IESH nel 1999 e nel 2000. La rete che oggi arriva a Verona non è quindi estranea alla storia italiana: Shwaima è al centro delle proprietà di decine di moschee italiane.
Il finanziamento dell’IESH segue uno schema ripetuto in molti altri nodi di questa rete. Un cofondatore dichiarò che nel 1990 il progetto ricevette fondi da quattro stati del Golfo: Arabia Saudita, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Il Qatar rimase il finanziatore centrale, attraverso l’ente Qatar Charity: nel 2007 un suo rappresentante consegnò duecentocinquantamila euro in un solo trasferimento al presidente dell’istituto. Il libro d’inchiesta The Qatar Papers, dei giornalisti francesi Chesnot e Malbrunot, ricostruì come quelle donazioni fossero arrivate, nel tempo, a diversi milioni di euro complessivi.
Un episodio più recente mostra come quel denaro viaggi anche fuori dai canali bancari. Nell’agosto 2021 il direttore dell’IESH, Larabi Bechiri, incontrò a Parigi un cittadino saudita non identificato, che gli consegnò quarantamila euro in contanti. Il saudita, che le autorità francesi tenevano sotto sorveglianza, passò poi il denaro a una terza persona anch’essa non identificata, prima di ripartire per l’Arabia Saudita.
In Italia, la notizia dei finanziamenti kuwaitiani a Bayan rimase un groviglio inesplorato.
Un anno prima di fondare l’UCOII, lo stesso Abu Shwaima, ad Ancona, fondò e presiedette il Waqf al Islami fi Italia: un ente a cui i musulmani italiani potevano intestare le moschee. L’ente detiene oggi almeno venti immobili adibiti a moschea in tutta Italia. Nessuna fonte ha mai chiarito con precisione da dove siano arrivati i fondi per acquistarli. Il meccanismo, però, è chiaro nei suoi effetti: chi compra una moschea in Italia non ne diventa proprietario. La intesta al Waqf, che resta l’unico titolare, oggi come nel 1989.
Il terzo schema riguarda un progetto singolo: A Torino un progetto da diciassette milioni di euro trasformerà le ex Fonderie Nebiolo in quella che sarebbe la seconda moschea “ufficialmente riconosciuta” d’Italia dopo quella di Roma. L’opera è finanziata in parte dal re del Marocco, Mohammed VI. L’annuncio ufficiale è stato il 20 marzo 2025, durante una cena per l’Iftar che riunì parlamentari, consiglieri comunali e regionali e il clero della diocesi torinese. L’area fu assegnata nel 2023, con un diritto di superficie di novantanove anni, alla Fondazione legata alla Confederazione Islamica Italiana, che già gestisce un centro islamico in un’altra zona della città. In consiglio comunale, nell’aprile 2026, l’opposizione segnalò che i controlli amministrativi erano stati carenti, le associazioni veronesi la accusarono di stigmatizzazione. Nulla di fatto.
Formazione degli imam, proprietà delle moschee, finanziamenti diretti. Tre strumenti diversi, un solo effetto. Ciascuno garantisce a chi lo controlla una presenza fisica stabile sul territorio italiano. La prossima settimana vedremo come questi strumenti si siano tradotti, negli ultimi anni, in una mappa organizzativa che copre l’intero paese.






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