
Chi sceglie l’imam, decide la politica. Fu il Gran Muftì di Gerusalemme Amin al-Husseini a capirlo per primo in Europa: durante la Seconda Guerra Mondiale, ispirò l’apertura di due scuole per imam destinate ai soldati musulmani della Wehrmacht e delle Waffen-SS, una a Guben, risalente all’aprile 1944 e una a Dresda, voluta direttamente da Heinrich Himmler.
Ottant’anni dopo, lo stesso principio funziona in tempo di pace, in tutta Europa come in Italia.
A San Giovanni Lupatoto, vicino Verona, ha sede l’Istituto Italiano degli Studi Islamici e Umanistici, noto come Bayan. Un rapporto del Ministero dell’Interno francese, pubblicato nel maggio 2025, lo cita per nome: potrebbe diventare il principale centro di formazione per imam in Europa, e ha ricevuto finanziamenti attraverso l’International Islamic Charity Organisation kuwaitiana.
Quello che il rapporto francese aggiunge, e che finora non era mai emerso nel dibattito italiano, è che Bayan non è un progetto isolato. È l’ottavo istituto di una rete che si chiama IESH, Istituto Europeo di Scienze Umane, nata nel 1990 a Château-Chinon, in Borgogna, come modello pilota per l’intera Europa. Da lì sono nati altri sei istituti: due in Francia, a Saint-Denis e in Alsazia, oggi chiusi; due nel Regno Unito, in Galles e a Birmingham; uno a Francoforte; uno a Helsinki. Verona sarebbe l’ottavo.
A questa stessa rete appartiene una figura di cui questa serie ha già parlato. Ali Abu Shwaima, il fondatore del Waqf al Islami e primo segretario generale dell’UCOII, presiedette proprio l’IESH originario di Château-Chinon nel 1999 e nel 2000. La rete che oggi arriva a Verona non è quindi estranea alla storia italiana: uno dei suoi vertici storici è lo stesso uomo che ha costruito parte dell’infrastruttura religiosa e immobiliare del paese.
Il finanziamento dell’IESH, fin dalla fondazione, racconta uno schema che questa serie ha già mostrato più volte. Un cofondatore ha dichiarato che nel 1990 il progetto ricevette fondi da quattro stati del Golfo: Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti. Con gli anni, il Qatar è diventato il finanziatore centrale, attraverso l’ente Qatar Charity: nel 2007, un suo rappresentante consegnò duecentocinquantamila euro in un solo trasferimento al presidente dell’istituto. Il libro d’inchiesta The Qatar Papers, pubblicato nel 2019 dai giornalisti Christian Cesnot e Georges Malbrunot, ricostruisce come quelle donazioni siano arrivate nel tempo a diversi milioni di euro complessivi.
Un episodio più recente mostra come quel denaro viaggi anche fuori dai canali bancari ordinari. Nell’agosto 2021 il direttore dell’IESH, Larabi Bechiri, incontrò a Parigi un cittadino saudita non identificato, che gli consegnò quarantamila euro in contanti. Il saudita, che le autorità francesi tenevano sotto sorveglianza, passò poi il denaro a una terza persona anch’essa non identificata, prima di ripartire per l’Arabia Saudita. Le stesse autorità lo hanno descritto come un tentativo di occultare una donazione non dichiarata.
La formazione sostenuta da questi fondi dura tra i sei e i sette anni. Prevede due anni di studio del Corano fino alla memorizzazione integrale, lo studio intensivo della lingua araba e un corpo centrale di tre anni dedicato al diritto islamico, affiancato da moduli sul diritto occidentale, pensati per preparare gli studenti a esercitare in un contesto legale europeo. Il diploma finale non equivale sempre a un titolo accademico riconosciuto, anche se il campus di Parigi ottenne nel 2009 un riconoscimento ufficiale dall’università di Créteil per i propri corsi di lingua e teologia. Solo nella sede di Château-Chinon, al 2016 risultavano già formati cinquecento laureati in teologia e altri centottanta specializzati nella memorizzazione del Corano. Al 2020, secondo le stesse fonti, migliaia di ex studenti della rete IESH lavoravano in contesti educativi, religiosi e sociali in tutta Europa.
In Italia, la notizia dei finanziamenti kuwaitiani a Bayan ha prodotto una reazione politica locale. L’europarlamentare della Lega Paolo Borchia ha chiesto trasparenza sui rapporti dell’istituto con la Fratellanza Musulmana; la collega di partito Anna Maria Cisint ha parlato di un rischio concreto di infiltrazione. Alcune associazioni della comunità veronese hanno accusato la Lega di stigmatizzazione.
Nessuno di questi due schieramenti, però, discute il punto che il rapporto francese mette al centro: non è necessario controllare una moschea per controllarne il contenuto. Basta formare chi ci predicherà dentro. È lo stesso calcolo che portò al Husseini a ispirare la creazione di scuole per formare l’autorità religiosa destinata ai soldati musulmani. Ottant’anni dopo, il meccanismo non è cambiato: cambia solo chi paga, da dove arriva il denaro e l’estensione del progetto a tutta l’Europa.






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