Free4Future

Salvarsi, da soli

I campi di sterminio vennero liberati, ma non ci furono accoglienza e solidarietà. Le potenze alleate non predisposero un piano per il reinserimento dei sopravvissuti ebrei, né riconobbero loro lo status di vittime di guerra.

Nelle settimane scorse, abbiamo ripercorso le drammatiche traversie patite dagli ebrei prima e durante gli anni dello sterminio. Portare in superficie e organizzare quei fatti storici è stato necessario, dal momento che tutto ciò che accadde prima e durante la guerra, influenzò e determinò quanto accadde dopo la “liberazione”.

Abbiamo descritto come nessuna nazione si prese la responsabilità né di impedire l’organizzazione dello sterminio degli ebrei, né di salvare loro la vita all’indomani dell’emanazione delle leggi razziali e dell’inizio della persecuzione. Tutte le frontiere via terra rimasero chiuse, le navi dei profughi furono respinte in mare, le quote di ingresso negate, i visti annullati. Non si trattò di incidenti isolati o di inevitabili rigidità belliche, ma di scelte politiche consapevoli, che ridussero drasticamente ogni possibilità di salvezza.

La fine della guerra non interruppe questa dinamica. La trasformò.
I campi di sterminio vennero liberati, ma non ci furono accoglienza e solidarietà. Le potenze alleate non predisposero un piano per il reinserimento dei sopravvissuti ebrei, né riconobbero loro lo status di vittime di guerra che, in quanto tali, li avrebbe posti sotto una tutela speciale. La gestione dei sopravvissuti ebrei trovati ancora miracolosamente vivi nei campi nazisti, si ridusse a un trasferimento nei Displaced Persons Camps, dove vennero considerati alla stregua di altri prigionieri, classificati per nazionalità e quindi per questo motivo internati assieme ai loro aguzzini, trattenuti dietro muri di  filo spinato, sotto tiro delle armi, sottoposti a una tragica continuità, per forma e logica, con quanto avevano vissuto fino al giorno prima.

Il Rapporto Harrison, di cui abbiamo parlato nella prima settimana di questo percorso storico, documentò con chiarezza questo nodo del dopoguerra: gli ebrei non venivano più sterminati, ma non vennero nemmeno aiutati. La loro presenza era un paradosso, nessuno li voleva, nemmeno le nazioni in cui avevano vissuto per generazioni e i pochi ebrei sopravvissuti divennero una scomoda questione amministrativa. 

Quando fu chiaro che nessuno si sarebbe assunto la responsabilità del benessere e della ripresa dei sopravvissuti, questi capirono che era giunto il momento di rimboccarsi le maniche. 

Ci pensarono dapprima le grandi organizzazioni ebraiche internazionali — il Joint Distribution Committee, la Jewish Agency, l’ORT, la HIAS — ad assumersi la responsabilità dei sopravvissuti internati nei DP camps. Garantirono loro assistenza sanitaria, istruzione, formazione professionale, supporto legale, ricongiungimenti familiari, rappresentanza con le autorità alleate. Non operarono come enti caritatevoli, ma come infrastrutture di sopravvivenza, costruite per supplire all’inerzia istituzionale.

Accanto a queste reti esterne, i sopravvissuti iniziano a loro volta a organizzarsi: nacquero così i Comitati dei sopravvissuti. Strutture elette, riconosciute, operative, che gestivano la vita quotidiana: scuole, lavoro, informazione, giustizia interna, rapporti con le amministrazioni militari. I sopravvissuti smisero di essere trattati solo come rottami umani, ma come una comunità capace di rappresentarsi e di decidere.

È in questo processo che prese forma She’erit Hapletah, letteralmente “il resto dei salvati” , oppure “ciò che è rimasto dei sopravvissuti”, un’espressione di origine biblica che indica il residuo di un popolo scampato alla distruzione, ripresa nel dopoguerra dagli ebrei sopravvissuti alla Shoah per nominare sé stessi come ciò che era rimasto in vita dopo lo sterminio. She’erit Hapletah divenne un soggetto collettivo consapevole, organizzato nei DP Camps, che si riconosceva come comunità storica, politica e sociale incaricata di ricostruire la vita ebraica dopo il fallimento degli Stati e delle istituzioni internazionali.

I DP Camps, spesso descritti esclusivamente come luoghi di sospensione e privazione, vennero così trasformati in luoghi in cui coltivare nuove opportunità. Diventarono spazi in cui si studiava, si lavorava, si organizzava una vita sociale essenziale, si preparava il futuro. 

Nel dopoguerra ebraico, dunque, la sopravvivenza si trasformò in nuova esistenza. Ed è in tale prospettiva che questa settimana esamineremo i Displaced Persons Camps: da iniziali luoghi di concentrazione di esseri umani ridotti allo stremo a laboratori di organizzazione e rinascita politica sociale e culturale.

free4future

Add comment