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Il ritorno impossibile. Una casa che non c’è più

Nel dopoguerra, il ritorno di molti sopravvissuti non fu un ricongiungimento. Per molti, le case che cercavano non esistevano più

Nel dopoguerra, il ritorno di molti sopravvissuti non fu un ricongiungimento. Per molti, le case che cercavano non esistevano più. Interi quartieri ebraici dell’Europa orientale erano stati saccheggiati, svuotati, occupati: appartamenti spogliati di ogni oggetto, luoghi di culto cancellati, spazi trasformati al punto da risultare irriconoscibili. Come documentato in molte testimonianze — e come ricorda anche Wiesel nei suoi scritti sul ritorno a Sighet — il luogo che avevano lasciato era ancora sulla mappa, ma non esisteva più.

Questa estraneità era insieme materiale e sociale. Il mondo in cui rientravano non era pronto ad accoglierli. Nei pianerottoli nessuno li salutava; nelle strade, il silenzio che li circondava non semplice indifferenza, non era solo difficoltà  o incapacità di riconoscere ciò che avevano patito. Era estraneità, e persino ostilità. Anche quando il sopravvissuto tornava fisicamente, e non sempre era possibile non trovava nulla ad accoglierlo. Il suo mondo era scomparso.

Stanze che sembrano intatte ma adesso appartengono a qualcun altre. Case abitate da altri oggetti  e altre storie. In questi spazi quotidiani, la memoria della vita precedente, del mondo com’era ma non sarà mai più, prende vita come esperienza straniante.

Riconoscere questa esperienza significa vedere che il dopoguerra non fu solo ricostruzione. Per molti, fu un tempo in cui la sopravvivenza si scontrava con un luogo che non li riconosceva più, e li voleva ancora meno di prima.

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