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Né mare né terra: la mappa del rifiuto

Le fonti mostrano che il respingimento non fu un fenomeno episodico o marginale, ma una componente strutturale del contesto europeo in cui la Shoah si sviluppò.

La fuga degli ebrei dall’Europa in guerra, non fu impedita soltanto dalla persecuzione nazista, dall’occupazione militare o dall’apparato di deportazione. Fu ostacolata in modo sistematico anche da una serie di decisioni assunte da stati al di fuori dell’Asse ma che, in forme diverse, mantennero o irrigidirono politiche di ingresso, transito e sbarco proprio mentre la persecuzione si trasformava in sterminio. Le fonti mostrano che il respingimento non fu un fenomeno episodico o marginale, ma una componente strutturale del contesto europeo in cui la Shoah si sviluppò.

  1. 1938: la chiusura come scelta condivisa

Il 1938 rappresentò un punto di svolta. Nel luglio di quell’anno, alla Conferenza di Evian, trentadue stati si riunirono per affrontare la crisi dei profughi ebrei provenienti dalla Germania e dall’Austria dopo l’Anschluss. La gravità della situazione venne riconosciuta apertamente, ma nessuno degli stati presenti adottò misure umanitarie per salvare gli ebrei. Per chi cercava di lasciare l’Europa, questo coincise con l’inesistenza di un sistema internazionale disposto ad assorbire l’impatto della fuga.

Pochi mesi dopo, tra il 27 e il 29 ottobre 1938, la Germania espulse circa diciassettemila ebrei polacchi, dichiarati improvvisamente irregolari. La Polonia ne rifiutò l’ingresso. Migliaia di uomini, donne e bambini rimasero bloccati nella zona di confine di Zbąszyń, in una striscia di terra senza giurisdizione effettiva, impossibilitati sia ad avanzare sia a tornare indietro. Nei mesi successivi, una parte di queste persone ottenne l’ingresso in Polonia; tuttavia, con l’invasione di Danzica nel settembre del 1939, i rifugiati si ritrovarono nuovamente alla mercé dei nazisti, vennero chiusi nei ghetti e poi deportati.

  1. Le frontiere terrestri: neutralità, internamento, consegna

Negli anni successivi, la chiusura delle frontiere terrestri divenne un dato ricorrente. La Svizzera, già nel 1938, aveva introdotto una speciale marcatura dei documenti per individuare gli ebrei che erano entrati nel paese. Tra il 1939 e il 1942 le procedure si irrigidirono ulteriormente. Nel 1942, quando la deportazione nazista era ormai in corso e ampiamente documentata, anche gruppi familiari vennero respinti ai valichi e rimandati verso i territori occupati o alleati della Germania. Le motivazioni ufficiali facevano appello al mantenimento dell’ordine pubblico, al rispetto delle norme vigenti e alla limitatezza delle risorse ed ebbero come effetto il ritorno forzato verso paesi in cui la probabilità di arresto e deportazione era estremamente elevata.

La Francia adottò politiche analoghe. Tra il 1939 e il 1940 migliaia di profughi furono respinti; molti di coloro che riuscirono a entrare, vennero internati nei campi di Gurs, Rivesaltes, Saint-Cyprien e in altri centri del sud del paese. Con l’instaurazione del regime di Vichy, dal 1940 in poi, il respingimento e l’internamento si trasformarono in collaborazione amministrativa con l’apparato persecutorio tedesco, attraverso arresti, consegne e deportazioni.

Altri stati europei mantennero o rafforzarono politiche restrittive:

  • Spagna: tra il 1940 e il 1942 respinse la maggior parte dei profughi privi di visti regolari;
  • Italia: dopo l’emanazione delle leggi razziali del 1938 ridusse drasticamente le possibilità di ingresso e di transito per gli ebrei stranieri;
  • Ungheria, Romania e Slovenia: il passaggio attraverso i territori venne frequentemente negato, impedendo la creazione di corridoi di fuga.
  1. Kamenets-Podolskij (1941): il respingimento come consegna diretta

Nel 1941 i rifiuti produssero uno degli esiti più drammatici. Tra diciottomila e ventiquattromila ebrei, espulsi principalmente dall’Ungheria e da altri paesi dell’Europa orientale, ma anche molti provenienti dall’Europa occidentale, furono spinti verso l’area di Kamenets-Podolskij, allora sotto controllo tedesco. Tra il 27 e il 30 agosto 1941, nell’arco di circa tre giorni, furono massacrati in massa dai tedeschi. 

  1. Le rotte marittime: navi senza approdo

Con la progressiva chiusura delle vie terrestri, molti tentarono la fuga via mare. Ma il mare non rappresentò un’alternativa sicura, semmai fu un’estensione del confine invalicabile trovato sul continente. La possibilità di salvezza dipendeva dall’esistenza di un porto disposto ad autorizzare lo sbarco; in sua assenza, la nave diventava un luogo di sospensione giuridica e materiale.

Nel 1939 la St. Louis salpò da Amburgo con 937 ebrei diretti a Cuba, muniti di visti turistici. All’arrivo, i permessi furono revocati. Stati Uniti e Canada rifiutarono a loro volta lo sbarco. La nave fu costretta a rientrare in Europa, riportando i passeggeri nelle mani dei propri aguzzini.

Nel 1940 e negli anni successivi, casi analoghi si moltiplicarono:

  • la Pentcho, partita dal Danubio, navigò per mesi senza poter attraccare, fino a quando non si incagliò vicino a Rodi; i profughi vennero internati in Italia;
  • la Salvador, salpata dalla Romania, affondò durante la traversata; i superstiti furono in parte rimandati in Bulgaria e in parte, dopo mesi di stallo a Istanbul, deportati dagli inglesi nel campo di Atlit, nella Palestina mandataria;
  • la Patria affondò nel porto di Haifa dopo un sabotaggio organizzato per dare una possibilità di fuga a centinaia di profughi destinati al trasferimento forzato nelle isole Mauritius, confermando che la Palestina sotto mandato britannico non costituiva un approdo accessibile.
  • imbarcazioni bloccate nel Mar Nero, trattenute in rada per giorni o settimane senza autorizzazione allo sbarco;
  • convogli umanitari muniti di permessi parziali che non ottennero mai l’autorizzazione finale di sbarco e rimasero in mare aperto;
  • navi giunte davanti alla Palestina mandataria che non ricevettero il permesso di entrare in porto.

Le fonti documentano decine di episodi analoghi:

  1. Conclusione

Le politiche di respingimento non furono il risultato di singoli incidenti, ma l’espressione di una scelta diffusa: mantenere regole ordinarie in una situazione eccezionale. Tra il 1938 e il 1944, quando sarebbe stato determinante rispondere alla catastrofe umanitaria con l’accoglienza, molti stati mantennero invariate le proprie politiche di respingimento. In questo intreccio di frontiere chiuse, porti inaccessibili e decisioni amministrative reiterate, si colloca uno degli elementi decisivi della Shoah: l’ingranaggio della soluzione finale venne oliato anche dalla rinuncia, documentata e sistematica, di molte nazioni ad aprire le porte a chi era condannato a morte sicura.

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