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Frontiere chiuse: condanna alleata per gli ebrei d’Europa

Mentre in Europa la guerra infuriava, per moltissimi ebrei in fuga fu presto chiaro che salvarsi sarebbe stato impossibile. Nonostante i tentativi, tenaci e continui, l’esito fu per quasi tutti lo stesso: un fallimento.

Mentre in Europa la guerra infuriava, per moltissimi ebrei in fuga fu presto chiaro che salvarsi sarebbe stato impossibile. Nonostante i tentativi, tenaci e continui, l’esito fu per quasi tutti lo stesso: un fallimento. Ci provarono lungo i confini tra nazioni oppure per mare. L’unica cosa che ottennero fu la ripetizione di un “no”, pronunciato in lingue diverse, ma comprensibilissimo a chiunque.

Si arrivava a una frontiera e si veniva respinti. Si giungeva in vista di un porto e si restava in balia del mare. Si entrava in un paese neutrale e si veniva scacciati e spinti verso chi dava la caccia agli ebrei, per rinchiuderli e ucciderli. Come in un macabro gioco, si perdeva, si tornava al punto di partenza e ancora più vicino alla morte.

A Zbąszyń, nel 1938, migliaia di persone rimasero bloccate in una terra di nessuno. Esplulse dalla Germania nazista, respinte dal governo polacco. Ai valichi alpini, negli anni successivi, nel giro di pochi momenti un barlume di salvezza diventò un muro invalicabile. Non potendo far altro che tornare indietro, chi fuggiva finiva costretto a scrutare i contorni sempre più nitidi di un destino fatto di carceri, di deportazioni e di camere a gas. 

In mare, le navi venivano tenute lontano dai porti per giorni, per settimane, mentre cibo e acqua calavano vertiginosamente e le razioni erano ogni giorno più esigue. I malati peggioravano, le donne incinte partorivano tra atroci sofferenze, in condizioni igieniche spaventose. La pressione psicologica era enorme e moltissimi, rassegnati e troppo stanchi per combattere ancora, rimanevano in disparte, immobili e muti, rinunciando alla vita, nutrendo la speranza di morire il prima possibile.

Rifiuti, resi ancora più insopportabili dalla loro sistematicità. Si veniva respinti di fronte a ogni porta a cui si bussava una, due, cento volte. E quando le porte finirono, rimase la terrificante certezza di una condanna a morte senza colpa. Cosa fare quando non esiste un altro confine dove tentare o un’altra rotta da prendere? 

In questo spazio di respingimenti consecutivi, aleggiò una consapevolezza letale: quella di essere completamente abbandonati al proprio insensato destino. E il vivere o morire divenne una questione di uffici doganali e di leggi, la vita umana un fatto di timbri e di inchiostro su un documento di rigetto.

La Shoah è stata anche questo. Nell’anticamera dello sterminio ci furono le frontiere sbarrate, per terra e per mare. Non fu solo dentro a un campo di concentramento che si poté disporre a proprio piacimento della vita di migliaia di innocenti. Anche al di fuori dei confini del reich, l’interesse a concedere un’occasione venne meno. E non si trattò di una momentanea e inspiegabile sospensione della coscienza di chi rifiutò di aiutare gli ebrei. 

Fu un atto del tutto deliberato. 

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