
Il 2016 fu l’anno in cui l’Europa scoprì che smantellare una rete jihadista non significava neutralizzarla. Bruxelles e Nizza, due attentati a meno di quattro mesi di distanza, opposti per modalità e matrice, mostrarono i due volti del terrorismo dell’ISIS in Europa: la cellula organizzata che colpisce per vendetta e il lupo solitario che colpisce per ispirazione. Insieme ridefinirono la minaccia e costrinsero i governi europei a ripensare ogni assunzione sulla sicurezza.
1. La coda di Parigi: Bruxelles, 22 marzo 2016
Il 18 marzo 2016, quattro mesi dopo la strage del 13 novembre, la polizia belga arrestò Salah Abdeslam in un appartamento di Molenbeek, a pochi isolati dalla casa dove era cresciuto. Era il fuggitivo più ricercato d’Europa. Era rimasto nascosto per quattro mesi a poche centinaia di metri dal centro di Bruxelles, protetto dalla rete di complici e amici d’infanzia.
La sua cattura accelerò gli eventi successivi. Il 22 marzo 2016, alle 7:58, Ibrahim el-Bakraoui e Najim Laachraoui fecero esplodere due bombe al check-in dell’aeroporto di Zaventem. Un’ora e tredici minuti dopo, Khalid el-Bakraoui si fece saltare in aria sulla metropolitana alla stazione di Maelbeek, nel cuore del quartiere delle istituzioni europee. 32 morti, 340 feriti. Il peggior attentato nella storia del Belgio dal dopoguerra.
Gli attentatori erano gli stessi della rete di Parigi, cresciuti a Molenbeek, addestrati in Siria, reclutati da Khalid Zerkani. Ibrahim el-Bakraoui era stato rimpatriato dalla Turchia mesi prima con un avviso esplicito alle autorità belghe sulla sua pericolosità. Il Belgio lo aveva rilasciato. La rete era ancora operativa e quando sentì la morsa stringersi con l’arresto di Abdeslam, accelerò i tempi invece di fermarsi.
2. Nizza e la svolta del camion
Nizza non fu la continuazione di Bruxelles ma qualcosa di diverso e di più inquietante. Mohamed Lahouaiej-Bouhlel non era un militante formato, non apparteneva a nessuna rete strutturata, non aveva mai combattuto in Siria. Ma è riuscito comunque a radicalizzarsi in due settimane. Aveva noleggiato un camion con cui aveva ucciso 86 persone.
Nel settembre 2014, il portavoce dell’ISIS Abu Muhammad al-Adnani aveva diffuso un messaggio audio nel quale invitava i simpatizzanti a uccidere i nemici con qualsiasi mezzo disponibile: «Se non riesci a trovare un ordigno o una pallottola, investili con la tua auto.» Bouhlel era un uomo con una pistola e un camion noleggiato. Aveva tutto quello che gli serviva per compiere una strage.
3. Una dottrina, non un’improvvisazione
Bruxelles e Nizza sembrano opposti, ma è solo apparenza: erano entrambi prodotti della stessa strategia ISIS. L’organizzazione aveva capito che la pressione dei servizi di sicurezza rendeva sempre più difficile mantenere cellule strutturate in Europa. La risposta fu duplice: accelerare le operazioni delle cellule già esistenti prima che venissero smantellate e abbassare la soglia di accesso al terrorismo fino al punto in cui un singolo individuo potesse agire senza rete, senza addestramento, senza finanziamento.
Dopo Nizza, la rivista ISIS Rumiyah codificò la tattica in termini espliciti: «Pochissimi comprendono la capacità distruttiva dei veicoli a motore. I veicoli sono estremamente facili da ottenere e non destano alcun sospetto.» Detto, fatto: nel giro un anno quel modello fu replicato a Berlino, Londra, Barcellona e Stoccolma.
4. Le risposte che non bastarono
Dopo Bruxelles il Belgio fu costretto ad ammettere fallimenti sistemici: la frammentazione dei servizi di intelligence tra diciannove comuni, la mancata condivisione di informazioni con i partner europei, l’incapacità di sorvegliare soggetti già noti.
Dopo Nizza, le città europee installarono barriere anti intrusione davanti a chiese, mercati e piazze. Il paesaggio urbano cambiò in modo permanente e così anche le abitudini degli europei.






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