
Prima che ad Ancona si firmasse l’atto che avrebbe fondato l’UCOII, il lavoro era già cominciato a Milano. Il Centro Culturale Islamico di Milano e Lombardia, nato a sua volta dall’USMI, l’Unione degli Studenti Musulmani in Italia attiva dal 1971, pubblicava dagli anni Ottanta una rivista, Il Messaggero dell’Islam, e aveva già inoltrato una propria richiesta di Intesa allo Stato italiano. Fu da qui, da un gruppo di dirigenti convinti che l’islam italiano avesse bisogno di una voce unica e nazionale, che partì l’iniziativa che portò alla nascita dell’UCOII.
L’atto formale arrivò nel gennaio 1990, ad Ancona. Nacque dalla fusione delle componenti siriana e palestinese dell’USMI, insieme a gruppi femminili come Islam Donne e a singoli attivisti italiani convertiti, tra cui Hamza Roberto Piccardo. Alla presidenza andò Nour Dachan, medico siriano trapiantato nelle Marche. Alla segreteria, Ali Abu Shwaima, leader della componente palestinese.
Lo statuto parlava un linguaggio preciso e istituzionale: unicità di rappresentanza davanti allo Stato, integrazione sociale, dialogo con le autorità italiane, in vista di un’Intesa ai sensi dell’articolo 8 della Costituzione, lo stesso meccanismo che regola i rapporti tra lo Stato e le altre confessioni religiose. Una bozza venne elaborata già in quel primo anno.
Questo linguaggio racconta un fenomeno che vale la pena spiegare bene, perché tornerà più volte in questa serie: il doppio registro. Non è ipocrisia, e non è nemmeno incoerenza. È una strategia. Un linguaggio pubblico, fatto di diritti civili e dialogo istituzionale, convive con un’appartenenza e un percorso ideologico più radicale, senza che i due livelli si contraddicano davvero agli occhi di chi li usa. Il primo serve a ottenere legittimità e accesso alle istituzioni occidentali, che raramente concederebbero lo stesso spazio a un linguaggio dichiaratamente ideologico. Il secondo tiene insieme la base, la continuità con il movimento d’origine. Uno dei due registri non nasconde l’altro: sono due strumenti diversi, rivolti a due pubblici diversi.
Nel 1990 questo si vede con chiarezza. Lo statuto dell’UCOII parla di rappresentanza, integrazione, dialogo con lo Stato: un linguaggio che nessuno, in buona fede, potrebbe contestare. Ma chi lo scrisse e chi lo firmò portava con sé un’appartenenza e una storia personale che raccontano qualcosa di diverso, la stessa che sarebbe riemersa decenni dopo nelle stesse persone: lo stesso Piccardo che nel 2014 avrebbe elogiato la strategia militare di Hamas, e nel 2026 avrebbe definito «resistenza» l’attacco del 7 ottobre.
Nei primi anni Novanta l’organizzazione mise radici sul territorio. Piccardo, dalla sua base in Liguria, aprì la moschea di Imperia nel 1992; seguirono Albenga nel 1994, Sanremo nel 1996, Savona e Cengio nel 1998. Cinque comunità in sei anni, in una sola regione, con un solo uomo a coordinarle: un ritmo che mostra quanto rapidamente una rete nazionale possa tradursi in presenza fisica locale, moschea dopo moschea.
Il 1998 fu un anno di snodo. In vista di una possibile Intesa, l’UCOII scelse di allargarsi «all’Islam degli stati»: insieme alla Grande Moschea di Roma, legata all’Arabia Saudita e al Marocco, e alla sezione italiana della Lega Musulmana Mondiale, nota in Italia come Rabita, annunciò la creazione di un Consiglio Islamico d’Italia. Un direttivo di dieci persone, tutte con cittadinanza italiana: cinque nominate dall’UCOII, cinque dalla Rabita. Lo statuto prevedeva una rotazione delle cariche, ma le tensioni tra le due componenti resero l’esperimento di breve durata. L’Intesa, comunque, restò fuori portata.
Quell’anno mostra bene anche un altro aspetto della realtà islamica italiana: la sua natura tutt’altro che unitaria. A Milano, nello stesso periodo, operava la COREIS, un gruppo di orientamento sufi guidato da un convertito italiano, Abd al-Wahid Pallavicini, apertamente ostile ai «neotradizionalisti» dell’UCOII, che accusava di proporre una visione dell’islam distorta e asservita a una politica estranea alla spiritualità religiosa. Tre correnti islamiche italiane, UCOII, Grande Moschea di Roma, COREIS, con tre orientamenti diversi: un quadro lontano dall’idea di un islam italiano come blocco compatto.
Mentre questo accadeva in Italia, la stessa dinamica si ripeteva altrove in Europa, spesso attraverso le stesse persone. In Germania, la IGD, fondata già nel 1960 con sede nel Centro Islamico di Monaco, fu guidata fino al 2002 da Ali Ghaleb Himmat: lo stesso Himmat che a Campione d’Italia viveva a pochi passi da Youssef Nada, e con lui aveva fondato, nel 1988, la Al Taqwa Bank. Himmat lasciò la presidenza tedesca nel novembre 2001, la settimana in cui la polizia svizzera perquisiva la villa di Nada e il suo nome finiva nella lista nera del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Gli successe, nel 2002, Ibrahim El Zayat, che ammise pubblicamente: «la IGD ha radici nella Fratellanza Musulmana». In Francia, l’UOIF trovò nel 1989 la sua prima occasione pubblica, schierandosi come la più attiva difensora del diritto delle studentesse musulmane a indossare il velo nelle scuole, contro il primo divieto imposto in una scuola pubblica francese. Nel Regno Unito, il Muslim Association of Britain sarebbe nato nel 1997. Fondazioni diverse, radicate in contesti nazionali diversi, ma tutte riconducibili alla stessa rete transnazionale.
Oggi l’UCOII gestisce direttamente circa ottanta moschee in Italia, oltre a un altro centinaio di luoghi di culto non ufficiali collegati alla sua rete. Chi ha finanziato quella crescita, e chi forma gli imam che la guidano, è la storia della prossima settimana.






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