
Il 22 marzo 2016, alle 7:58 del mattino, due bombe esplosero all’aeroporto di Zaventem, Bruxelles. Un’ora dopo, una terza esplosione colpì la stazione della metropolitana di Maelbeek, nel cuore del quartiere europeo della città. 32 morti, 314 feriti. Gli attentatori facevano parte della stessa rete che quattro mesi prima aveva colpito Parigi.
Quattro mesi dopo, il 14 luglio 2016, un camion di 19 tonnellate ha percorso quasi due chilometri sulla Promenade des Anglais di Nizza, falciando la folla raccolta per i fuochi d’artificio della festa nazionale. 86 morti. L’attentatore era un tunisino residente a Nizza, con precedenti per violenza domestica, che si era radicalizzato in poche settimane. Da solo. Senza una rete, senza addestramento, senza finanziatori.
Due attentati, due modelli opposti. Bruxelles era il prodotto di anni di reclutamento, pianificazione, addestramento in Siria, coordinamento tra cellule in tre paesi. Nizza era il prodotto di un uomo, un camion e un’istruzione audio diffusa dall’ISIS nel 2014: «Se non potete trovare esplosivi, investite i nemici con il vostro veicolo.»
Bruxelles mostrava quanto fosse difficile smantellare una rete jihadista radicata in Europa. Nizza mostrava qualcosa di più inquietante: che non serviva nemmeno una rete.
Questa settimana affronteremo gli attentati islamisti in Europa del 2016. Conosceremo Khalid Zerkani, il predicatore marocchino di Molenbeek che reclutò i terroristi di Parigi e Bruxelles e che i giudici belgi definirono «il più grande reclutatore di jihadisti del Belgio». Ricostruiremo le due mattine di sangue, Bruxelles a marzo, Nizza a luglio e capiremo come l’ISIS ha trasformato un camion in un’arma di distruzione di massa, aprendo una stagione di attentati che avrebbe poi colpito Berlino, Barcellona e Londra.






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