
Il 2015 fu l’anno in cui la Francia pagò il conto di due decenni di radicalizzazione ignorata. Tra il 7 gennaio e il 13 novembre morirono 147 persone in due attentati diversi per bersagli e dinamica, ma identici per matrice: giovani uomini cresciuti in Francia e in Belgio, figli dell’immigrazione nordafricana, che avevano trovato nel jihadismo una risposta violenta a una vita ai margini. Il jihad francese non fu un’importazione, bensì un prodotto interno.
1. Gennaio 2015: Bersagli simbolici
Il settimanale Charlie Hebdo era nel mirino dei fondamentalisti da anni. Nel 2006 la redazione finì al centro delle polemiche internazionali per aver ripubblicato delle vignette satiriche danesi su Maometto. Il 2 novembre 2011, nel giorno in cui il giornale uscì con un numero speciale sulla vittoria degli islamisti in Tunisia, la sede fu oggetto di un lancio di molotov. Nella Penisola Arabica, Al-Qaeda (AQAP) inserì il direttore Stéphane Charbonnier — detto Charb — nella lista dei suoi bersagli, tanto che la redazione lavorò per anni sotto la protezione della polizia.
Alle 10:19 del 7 gennaio 2015, Chérif Kouachi inviò l’ultimo messaggio dal suo telefono. Meno di un’ora dopo, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi — franco-algerini di Gennevilliers, rispettivamente di 34 e 32 anni, già noti ai servizi segreti — parcheggiarono l’auto nell’undicesimo arrondissement di Parigi. Chérif era stato condannato per terrorismo nel 2008 e rilasciato dopo diciotto mesi: il sistema giudiziario francese non si dimostrò attrezzato per gestire detenuti che uscivano dal carcere più radicalizzati di quando vi erano entrati.
Armati di kalashnikov, i due terroristi penetrarono inizialmente nel palazzo sbagliato, spararono in aria e chiesero dove fosse la redazione. Individuato il numero 10 di rue Nicolas-Appert, uccisero all’ingresso la prima vittima, il tecnico Frédéric Boisseau. Salirono poi le scale, dove incontrarono la disegnatrice Corinne Rey — detta Coco — e la costrinsero a guidarli al primo piano, dove si svolgeva la consueta riunione del mercoledì.
In meno di due minuti, i fratelli Kouachi uccisero undici persone: il direttore Charb e la sua guardia del corpo Franck Brinsolaro, i disegnatori Cabu, Wolinski, Tignous e Philippe Honoré, la psichiatra Elsa Cayat, l’economista Bernard Maris, il correttore Mustapha Ourrad — musulmano, figlio di immigrati algerini — e il lettore Michel Renaud. Gli attentatori uscirono dall’edificio gridando di aver vendicato il profeta Maometto.
Poco distante, i due incrociarono una volante della polizia. Il brigadiere Ahmed Merabet — 42 anni, musulmano nato a Livry-Gargan, agente dell’undicesimo arrondissement da otto anni e padre di due figli — fu colpito e cadde sul marciapiede del boulevard Richard-Lenoir, dove i killer lo finirono con un colpo alla testa. Merabet era il poliziotto di quartiere che girava in bicicletta, un musulmano che gli assassini considerarono un apostata.
I fratelli Kouachi fuggirono poi in auto, all’interno della quale la polizia trovò in seguito bandiere jihadiste e bottiglie molotov, e si dileguarono verso i boschi a nord di Parigi. Per due giorni la loro localizzazione rimase incerta. L’8 gennaio, mentre le forze dell’ordine li cercavano in tutto il Paese, il loro complice Amedy Coulibaly — legato ai Kouachi sin dai tempi della prigione e già condannato per terrorismo — uccise la poliziotta Clarissa Jean-Philippe a Montrouge, a sud della capitale.
Il 9 gennaio i Kouachi ricomparvero nel dipartimento di Seine-et-Marne e si rifugiarono in una tipografia nella zona industriale di Dammartin-en-Goële, a 45 kmi da Parigi, dove presero in ostaggio un grafico, che riuscì comunque ad avvertire la polizia tramite un messaggio nascosto sul cellulare. Nello stesso pomeriggio, Coulibaly si barricò nel supermercato ebraico Hyper Cacher di Porte de Vincennes con diciassette ostaggi, dichiarando di coordinarsi con i Kouachi e di essere affiliato allo Stato Islamico, laddove i due fratelli avevano rivendicato l’attacco a nome di Al-Qaeda. Coulibaly uccise quattro ostaggi di religione ebraica prima dell’intervento dei reparti d’assalto.
Alle 17:00 del 9 gennaio le forze speciali agirono simultaneamente. I fratelli Kouachi uscirono dalla tipografia armati e morirono nel conflitto a fuoco, mentre Coulibaly fu abbattuto all’interno del supermercato. Il totale delle vittime dei tre giorni di terrore fu di 17 morti.
Due giorni dopo, l’11 gennaio 2015, due milioni di persone sfilarono a Parigi sotto lo slogan Je suis Charlie, dando vita alla più grande manifestazione nella storia della Francia repubblicana, guidata in prima fila dai capi di stato e di governo di quarantaquattro Paesi. La Francia rispose senza cadere nella trappola tesa dai jihadisti, che miravano alla guerra civile tra comunità.
2. Novembre 2015: Bersagli indiscriminati
Il 13 novembre 2015 la strategia cambiò radicalmente. L’ISIS non colpì obiettivi simbolici, bensì la vita ordinaria: café, ristoranti, una sala concerti e uno stadio. Come dichiarò il ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve, se a gennaio i bersagli erano stati scelti per il loro valore simbolico, il 13 novembre gli assassini colpirono indiscriminatamente folle il cui unico tratto comune era trovarsi nello stesso luogo. Il bilancio fu di 132 morti, la peggiore strage di civili in Francia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
La differenza tra gennaio e novembre fu strategica. A gennaio i terroristi puntarono a dividere la Francia tra chi difendeva la libertà di stampa e chi proteggeva la sensibilità religiosa islamica, sfruttando la crepa emersa nel dibattito su Je suis Charlie. A novembre, l’ISIS mirò più in profondità: colpire la quotidianità per seminare il panico ovunque e spingere la società a ripiegarsi su se stessa. Fu la strategia teorizzata dall’ideologo siriano Abu Musab al-Suri nel suo manuale del 2005: non il terrorismo spettacolare di Al-Qaeda, ma una guerra civile strisciante condotta dall’interno da reclute locali che non dovevano attraversare alcun confine per colpire.
3. La macchina della radicalizzazione online
La velocità con cui alcuni degli attentatori del 13 novembre si erano radicalizzati fu uno degli elementi più inquietanti per gli investigatori. Bilal Hadfi, il ventenne che si fece esplodere fuori dallo Stade de France, aveva postato foto in costume da bagno accanto a una piscina pochi mesi prima. Hasna Aït Boulahcen, morta nel raid di Saint-Denis, frequentava le discoteche fino a poche settimane prima di pubblicare una foto con il niqab. La loro conversione non avvenne in anni di indottrinamento progressivo, ma in tempi rapidissimi tramite i canali Telegram dello Stato Islamico, i video di propaganda su YouTube e le chat private con i reclutatori.
A partire dal 2013, l’ISIS costruì la più sofisticata macchina di propaganda jihadista della Storia. La rivista online Dabiq era prodotta in più lingue con una grafica professionale, e i video delle esecuzioni venivano montati con qualità cinematografica. I reclutatori in rete individuavano i profili vulnerabili sui social media — giovani con storie di emarginazione, rabbia sociale e crisi d’identità — e li accompagnavano verso l’estremismo. Il bersaglio privilegiato rimase la seconda generazione di immigrati nordafricani in Francia e in Belgio: giovani che si sentivano estranei sia alla cultura d’origine dei genitori sia alla società europea in cui erano cresciuti.
4. Molenbeek e il fallimento dell’intelligence
Il coordinatore degli attentati di novembre, Abdelhamid Abaaoud, era cresciuto a Molenbeek-Saint-Jean, un quartiere operaio di Bruxelles diventato il principale bacino di reclutamento del jihadismo europeo. Da Molenbeek provenivano anche i fratelli Abdeslam. Salah Abdeslam fuggì in Belgio dopo il 13 novembre e fu arrestato nel marzo 2016; tre giorni dopo la sua cattura, la rete ancora operativa rispose colpendo Bruxelles.
Il legame tra Parigi e Molenbeek mostrò un problema: i servizi di intelligence belgi e francesi non condividevano le informazioni. Abaaoud era noto a entrambi,ma era rientrato dalla Siria indisturbato ed era comparso nei video di propaganda dell’ISIS. Sebbene la sua presenza in Europa fosse stata segnalata, i controlli non bastarono a fermarlo.
5. Il corridoio del terrore: come l’ISIS dispiegò le sue cellule in Europa
Dall’estate del 2014 l’ISIS gestiva da Manbij — una città nel nord della Siria, vicino al confine turco — il flusso dei foreign fighters europei in entrata e in uscita dal Califfato. Da lì partivano i messaggi criptati verso le cellule europee e venivano selezionati gli uomini da rimandare oltre confine, addestrati e armati con istruzioni precise.
La rotta era quasi sempre la stessa: prima volo low-cost per Istanbul, poi un autobus fino al confine turco-siriano, a quel punto, a piedi, si entrava nel Califfato in zone poco sorvegliate. La Turchia fece buon viso a cattivo gioco per anni e il risultato fu che tra il 2013 e il 2015 circa tremila cittadini europei raggiunsero lo Stato Islamico. Dalla Francia partirono circa mille persone — più di qualsiasi altro paese dell’Europa occidentale. Dal Belgio, proporzionalmente alla popolazione, ancora di più.
Il modello operativo che produsse gli attentati di Parigi e Bruxelles fu quello che i ricercatori hanno poi definito «operazione ibrida»: una cellula mista di foreign fighters rientrati dalla Siria con addestramento diretto, reclute locali radicalizzate online e, in alcuni casi, operativi rientrati in Europa con false identità di rifugiati. Non a caso, due degli attentatori del 13 novembre erano iracheni entrati in Europa nel settembre 2015 attraverso la Grecia, poche settimane prima della strage. Abaaoud era rientrato dal corridoio siriano indisturbato, nonostante fosse oggetto di un mandato di arresto europeo.
Il corridoio di Manbij fu chiuso militarmente nell’agosto 2016, quando le forze curde sostenute dagli Stati Uniti ripresero il controllo della città. Ma, a quel punto, la macchina aveva già fatto il suo lavoro.
6. La risposta insufficiente
Dopo il 13 novembre, la Francia dichiarò lo stato di emergenza, che sarebbe durato due anni. Davanti al Parlamento riunito a Versailles, il presidente Hollande usò l’espressione «esercito jihadista», una formulazione che regalò paradossalmente all’ISIS la legittimazione statale che cercava.
Sul piano operativo la risposta si dimostrò massiccia e si concretizzò in perquisizioni, arresti e operazioni militari in Siria e Iraq. Sul piano strutturale — la gestione delle Banlieues, il contrasto alla radicalizzazione online e la cooperazione tra i servizi di sicurezza europei — le contromisure furono molto più lente e incomplete. La macchina che aveva prodotto il terrore del 2015 rimase, in larga parte, ancora in funzione.






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