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Nassirya, 12 novembre 2003: l’attentato che ci ha ricordato chi è il nemico

La più grave perdita subita dall’Italia in un’operazione militare dalla Seconda guerra mondiale.

Alle 10:40 di una mattina limpida, un camion cisterna si avvicina al cancello principale della base italiana “Libeccio”, a Nassirya, nel sud dell’Iraq. A bordo, due uomini. Il mezzo è carico di esplosivo militare e bombole di gas. I militari italiani intimano l’alt. Il conducente accelera. Un secondo dopo, l’inferno.

L’esplosione è devastante. Un cratere profondo quattro metri si apre davanti alla base. Il corpo di guardia scompare. La palazzina principale crolla. Il carburante del camion alimenta un incendio furioso. Muoiono 19 italiani: 12 carabinieri, 5 soldati dell’Esercito, 2 civili. Con loro, 9 iracheni. Oltre 20 italiani restano feriti, insieme a decine di civili locali. È la più grave perdita subita dall’Italia in un’operazione militare dalla Seconda guerra mondiale. È anche, per molti, il giorno in cui è finita l’illusione che “la nostra non era una guerra”.


La missione si chiamava “Antica Babilonia”. Circa 3.000 militari italiani erano stati inviati nella provincia di Dhi Qar dopo l’invasione americana dell’Iraq, sotto mandato ONU. Il loro compito non era il combattimento diretto, ma la stabilizzazione dell’area: ricostruire scuole, addestrare la polizia, proteggere i convogli umanitari. La base “Libeccio” ospitava soprattutto carabinieri dei reparti speciali MSU, ma anche soldati dell’Esercito e civili impegnati nei progetti di cooperazione.

Quel giorno, come ogni mattina, i militari si preparavano a un normale briefing operativo. C’erano controlli ai checkpoint, manutenzione dei mezzi, pianificazione dei convogli. Nessuno sapeva che stava per arrivare l’attacco.


L’attentato fu rivendicato da al-Qaeda in Iraq. La mente fu Abu Musab al-Zarqawi, lo stesso che avrebbe ispirato, anni dopo, l’ascesa dello Stato Islamico. L’obiettivo non era solo militare: colpire gli italiani significava colpire un simbolo della presenza occidentale, del dialogo, della cooperazione. Era una dichiarazione di guerra alla pace stessa.

Tra i caduti, nomi che oggi meriterebbero di essere scolpiti nella memoria collettiva: il maresciallo Alfonso Trincone, che tentò di fermare il camion con il mitra; l’appuntato Massimiliano Bruno, il primo a sparare; il capitano Giuseppe Coletta, ufficiale di giornata. E ancora: il regista RAI Stefano Rolla, lì per documentare la missione, e Marco Beci, cooperante internazionale. Tutti decorati con la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Tutti morti mentre cercavano di costruire, non di distruggere.


Il trauma per l’Italia fu immenso. Tre giorni di lutto nazionale. Funerali solenni a Roma, nella Basilica di San Paolo. E un dolore che ancora oggi, a ventidue anni di distanza, resta senza voce. Perché Nassirya non fu solo un attentato: fu un attacco deliberato contro l’idea stessa di pace.

Ecco perché ricordare Nassirya oggi non è un atto retorico. È un dovere civile. Perché mentre in Europa ci si interroga su chi sia il vero aggressore, su chi meriti la solidarietà e su chi no, i fatti di Nassirya ci ricordano che il terrorismo islamista non distingue tra soldati e civili, tra destra e sinistra, tra pace e guerra. Colpisce, e basta.

La memoria, se è vera, non è mai neutrale.

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