
Parigi, 13 novembre 2015. Alle 21:16 la prima esplosione. Alle 00:58, l’assalto finale. In mezzo, tre ore di orrore assoluto. L’ISIS colpisce al cuore dell’Europa con un’operazione militare pianificata nei minimi dettagli, portando la guerra jihadista nella quotidianità occidentale. I numeri sono spietati: 130 morti, 400 feriti, 90 uccisi solo nella sala concerti Bataclan. È il peggior attacco terroristico in Francia dalla Seconda guerra mondiale.
Tre uomini armati di AK-47 aprono il fuoco su 1.500 spettatori inermi, poi prendono ostaggi, torturano, sparano, si fanno esplodere. Si chiamano Omar Mostefai, Samy Amimour e Foued Mohamed-Aggad. Sono cittadini francesi, radicalizzati nelle banlieue, partiti per la Siria e tornati armati di odio, addestrati a colpire civili. A guidarli da vicino, il belga-marocchino Abdelhamid Abaaoud, cervello dell’attacco. Tutti membri di una cellula ISIS radicata in Belgio, con legami diretti ai vertici del califfato.
Il Bataclan non è un caso. È stato scelto. Perché era già stato minacciato, perché lì si canta, si balla, si vive. Perché rappresenta esattamente ciò che il fanatismo islamista disprezza: la libertà, la musica, il corpo, l’occidente.
Ma l’attacco al Bataclan non è solo terrore: è strategia. Una dichiarazione di guerra. L’ISIS lo rivendica subito, accusando la Francia di bombardare il “suo” territorio in Siria e Iraq. I terroristi non si nascondono: vogliono punire l’Europa per aver difeso la civiltà. E per una volta, l’Europa risponde.
La Francia reagisce: guerra totale all’ISIS
Il 15 novembre, appena due giorni dopo il massacro, dodici caccia francesi decollano. Colpiscono Raqqa, la capitale dell’ISIS. Distruggono il centro di comando, un campo di addestramento e un deposito di munizioni. Il giorno dopo, tocca alla raffineria di Deir ez-Zor: -30% delle entrate petrolifere del califfato.
Parigi attiva la portaerei Charles de Gaulle: 40 aerei da combattimento, +1.200 sortite tra dicembre 2015 e febbraio 2016. Le forze speciali si infiltrano in Siria, guidano raid, neutralizzano obiettivi di alto valore. Inizia una campagna militare sistematica. Solo tra il 2015 e il 2019 la Francia lancia circa 10.000 bombe su obiettivi ISIS. Nessun abbattimento. Quattro militari francesi caduti in missione.
Quando Raqqa cade nel 2017, il generale Lecointre lo dice chiaramente: “La Francia ha inferto all’ISIS il colpo più duro dopo Mosul”. È stata una risposta senza tentennamenti. Non un’operazione simbolica. Una guerra, contro chi la guerra l’aveva portata in casa.
Difendersi non è una colpa
Il Bataclan non è un incidente. È un monito. L’ISIS ha progettato la sua strage con freddezza chirurgica: cinture esplosive con TATP, armi da guerra, veicoli a noleggio, covi in Belgio e Francia. Comunicazioni criptate, app autodistruttive, logistica militare. Non è follia. È una strategia. E richiede una risposta strategica.
Lo Stato islamico voleva distruggere l’idea stessa di Europa, colpendo Parigi come simbolo. Voleva dimostrare che nessuno è al sicuro, che il jihad può arrivare ovunque. La Francia ha dimostrato il contrario.
Non esistono “reazioni sproporzionate” quando si è di fronte a un attacco organizzato con modalità militari da un nemico che disprezza la vita. Non c’è “equidistanza” quando da un lato ci sono giovani a un concerto, e dall’altro uomini che sparano e si fanno esplodere tra la folla. La risposta deve essere netta, senza esitazioni, senza alibi.
Chi ha il coraggio di difendere la pace, oggi, deve sapere che non lo farà con gli hashtag. Lo farà con le scelte. Anche difficili.
Anche necessarie.






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