
Il 10 novembre 2025, a pagina 16 del Corriere della Sera, Francesco Battistini firma un’intervista a Francesca Albanese che non informa, ma riabilita: proprio mentre resta inchiodata sotto sanzioni internazionali, il quotidiano le spalanca una tribuna per continuare a spacciarsi come paladina della giustizia e vittima perseguitata.
Il contesto: un cambio di fase nella narrazione su Gaza
L’intervista irrompe mentre la narrazione mediatica su Gaza, esausta dalla cronaca cruda — cadaveri, macerie, ostaggi — brama nuovi idoli morali da idolatrare.
Le ONG sono bruciate, i portavoce di Hamas impraticabili, la CPI ridotta a un’ombra dopo mesi di paralisi. In questo deserto simbolico, Francesca Albanese diventa una delle poche pedine ancora usabili, per quanto acciaccata: donna, italiana, di sinistra, con una retorica incendiaria ma confezionata per il salotto, capace di vendere un “discorso etico” che i lettori del Corriere — progressisti tiepidi, cattolico-liberali — forse possono ingoiare come voce di coscienza senza sporcarsi troppo con l’estremismo vero, quello che uccide a mani nude.
Non è un’intervista su Gaza: è un’operazione chirurgica del giornale per ricollocarsi al centro dell’attacco contro Israele, lasciando nei tunnel la guerriglia armata, e cercando di riciclare quella delle parole. Il messaggio urlato: si può bastonare Israele senza passare per terroristi.
Il Corriere si riappropria del centro con un colpo di teatro.
La funzione: un uso cinico della “dissidente utile”
Albanese non è più un caso ONU da scrutinare, ma una martire su misura che infonde profondità etica al vuoto narrativo.
«Da quattro mesi vivo sotto sanzioni, come Putin, Khamenei e Maduro…»
Una frase grottesca, ma micidiale: trasforma sanzioni disciplinari in medaglia d’onore.
Il Corriere la schiera come scudo umano: pubblica il veleno radicale senza scottarsi, lascia che sia lei a sputare fuoco, mentre il giornale finge la “pluralità di voci” con ipocrisia olimpica.
Mossa da manuale del giornalismo di regime: ingabbiare il radicale, sterilizzarlo, portarlo dentro il sistema e domarlo.
Target e tempismo
L’intervista piomba in un vicolo cieco narrativo: il conflitto non regala più immagini choc, il pubblico è anestetizzato, la cronaca non fa più sangue. In questo buco nero, i giornali pescano figure che riaccendano la fiamma — e il futuro voto — con la sensazione di stare dalla parte “giusta”.
Francesca Albanese è l’arma letale: riporta in campo la parola “coscienza” e forse attraverso qualche manipolazione vittimistica, qualcuno può dimenticare che la “coscienza” è quella che si schiera alla spalle della guerra criminale di Hamas, degli stupri, degli ostaggi, dei corpi vivi e morti fatti a pezzi, della violenza anche psicologica contro le famiglie.
«Su Gaza si è risvegliata una coscienza tra i giovani.»
Non è un’analisi: è una bomba politica. Il Corriere la spara per catturare l’elettorato progressista alla deriva, regalargli un mantra morale da sbandierare, e — in filigrana — tramutarlo in consenso elettorale. Ma il timing è un atto di guerra interna: mentre il piano di pace USA resta l’unico barlume sostenuto dalle cancellerie, in Italia una fetta di stampa e sinistra (PD, AVS, M5S) lo seppellisce come eresia, aggrappandosi a una retorica di colpe israeliane e vittimismo palestinese.
L’intervista alla relatrice ONU non è neutra: è un’arma nello stesso arsenale propagandistico che, invece di spingere una pace reale, alimenta una narrazione di mostri e vittime, con Israele come capro espiatorio da abbattere.
Non a caso, il titolo è la citazione: la “coscienza dei giovani” diventa licenza per riesumare Gaza.
L’intervista non informa: è un’operazione di riciclaggio mediatico-elettorale, una prova d’orchestra per riscattare la morale, tarata sul pubblico che il Corriere non osa perdere e sull’area politica che si prepara a rubare la parola “pace” svuotandola di senso.
In sintesi, l’intervista è un colpo di mano: riporta Albanese e il suo arsenale (genocidio, apartheid, resistenza morale) nel salotto dell’accettabilità mediatica.






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