
Il 2 novembre 2020, alle 20:00, un uomo armato di fucile d’assalto, pistola e machete ha aperto il fuoco nel centro storico di Vienna. In nove minuti ha percorso le strade affollate sparando sulla folla seduta fuori dai locali. Quattro persone sono state assassinate, ventidue ferite. L’attentatore è stato ucciso dalla polizia speciale WEGA a Ruprechtsplatz, aveva vent’anni, si chiamava Kujtim Fejzulai ed era nato e cresciuto a Vienna.
Figlio di immigrati albanesi originari della piccola città nordmacedone di Celopek, era cresciuto nel quartiere operaio di Ottakring. Alle scuole primarie i suoi insegnanti lo descrivevano come un bambino tranquillo. A partire dal 2014, ancora adolescente, cominciò a frequentare moschee salafite radicali e ad abbracciare l’ideologia dello Stato Islamico. Abbandonò la scuola, ruppe con la famiglia e nell’estate del 2018 tentò di raggiungere l’ISIS dapprima in Afghanistan e poi in Siria, attraverso la Turchia. Entrambi i tentativi fallirono. La polizia turca lo arrestò e lo estradò in Austria. Nel giugno del 2019 un tribunale viennese lo ha condannato a ventidue mesi di carcere per appartenenza a un’organizzazione terroristica. È uscito anticipatamente, ha partecipato a un programma di deradicalizzazione, dopodiché ha trovato lavoro in una società di sicurezza.
Sembrava tutto a posto.
Sembrava.
Nel luglio del 2020 i servizi slovacchi avvisarono le autorità austriache che aveva tentato di acquistare munizioni a Bratislava. Questa segnalazione fu seguita da una seconda, questa volta da parte dei servizi tedeschi che avvertirono dei suoi contatti con jihadisti in Germania e Svizzera. Le segnalazioni furono sottovalutate e quattro mesi dopo Fejzulai ha colpito.






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