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Il ritorno che non c’è mai stato

Quando la guerra finì, molti sopravvissuti fecero la cosa più naturale: provarono a tornare a casa. Non cercavano solo la normalità, ma anche un luogo che fosse ancora loro.

Quando la guerra finì, molti sopravvissuti fecero la cosa più naturale: provarono a tornare a casa. Non cercavano solo la normalità, ma anche un luogo che fosse ancora loro. Una porta da aprire. Un tavolo, una stanza, un oggetto che li riconoscesse.

Il ritorno, però, non fu come se lo erano immaginato.

In molte città dell’Europa orientale, gli ebrei trovarono solo ostilità. La società, che da sempre era stata antisemita, non era cambiata.

L’odio verso gli ebrei era intatto.

A Białystok, in Polonia, rientrare significò essere assaliti per strada.

A Rzeszów, altra citta polacca, a pochissime settimane dalla liberazione, i convogli dei sopravvissuti vennero presi d’assalto.

A Trenčín, nell’allora Cecoslovacchia, gruppi locali attaccarono gli ebrei tornati a cercare le loro famiglie.

A Miskolc, in Ungheria, due ebrei furono lapidati nell’estate del 1946. 

A Kolomyia, in Ucraina occidentale, la violenza riprese appena i sopravvissuti tentarono di rientrare.

E a Kielce, storia di cui si è già accennato, nel luglio 1946 un pogrom uccise 42 persone e ne ferì altrettante.

Queste non furono eccezioni: tra il 1945 e il 1947, solo in Polonia si contarono ben 103 pogrom.

Il messaggio era chiaro: la società di cui gli ebrei avevano fatto parte, avrebbe preferito non vederli tornare mai più.

E poi c’erano le case. Le chiavi non aprivano più nulla.

La propria abitazione non esisteva più, né come spazio né come diritto.

Molte erano occupate, rivendute, confiscate. In Polonia era stato sottratto il 94% delle proprietà ebraiche; nel dopoguerra ne fu restituito meno del 3%. In Ungheria, la confisca aveva raggiunto il 96%. In Romania, il 92% dei beni era passato allo Stato con il risultato che non ci fu mai alcuna restituzione. E lo stesso accadde in Cecoslovacchia.

In questo clima, rientrare e, soprattutto, restare diventò rischioso.

Molti sopravvissuti capirono che la società non aveva imparato nulla dall’Olocausto.

Perseguitati una volta dai nazisti, ora venivano perseguitati dai loro stessi vicini.

Nel 1946 migliaia di ebrei fuggirono così dai pogrom, dalle aggressioni, dai processi di restituzione impossibili, dalle case che non si sarebbero più riaperte.

L’unica alternativa che ebbero, fu quella di tornare prigionieri, questa volta dei DP Camps. 

Per loro, la domanda non era più “come tornare?” ma “dove possiamo ancora vivere?”

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