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La Struma: una tragedia del blocco britannico (1941–1942)

Per le comunità ebraiche dell’epoca, la Struma divenne simbolo della totale assenza di protezione internazionale durante la Shoah e della volontà — politica più che bellica — di impedire agli ebrei di trovare un rifugio

Nel dicembre 1941, una vecchia nave cargo rumena, la Struma, lasciò il porto di Costanza con a bordo 769 ebrei in fuga dalla Romania filonazista. Molti erano sopravvissuti del pogrom di Iași; altri avevano dato tutto ciò che possedevano per salire su quella nave malandata, nella speranza di raggiungere la Palestina mandataria, unico rifugio percepito come sicuro.

La Struma aveva un motore difettoso. Venne sovraccaricata di persone, con quasi nessuna scorta di acqua e cibo. Dopo poche ore di navigazione nel Mar Nero, il motore già guasto, andò in avaria lasciando la nave alla deriva. Fu rimorchiata fino a Istanbul, dove arrivò il 15 dicembre 1941. 

A parte un bambino provvisto di documenti validi, gli altri 768 sopravvissuti a bordo non furono mai autorizzati a scendere e rimasero sulla nave per 70 giorni.
La Turchia si rifiutò di sbarcarli perché non avevano un visto valido per la destinazione finale.
Questo a causa del Regno Unito, che limitava l’immigrazione ebraica nella Palestina mandataria e chiudeva, di fatto, le vie di fuga legali. Le autorità britanniche dichiararono, infatti, che concedere un permesso avrebbe “aperto la strada a migliaia di altri”, e che la politica doveva rimanere invariata anche dopo l’inizio delle deportazioni nell’Europa orientale. 

A bordo, le condizioni peggiorarono rapidamente: cibo razionato, poca acqua, malattie. Alcuni, vinti dalla disperazione, si suicidarono. Le trattative fra agenzie ebraiche, governo turco e autorità britanniche non portarono a nulla.

Il 23 febbraio 1942 la Turchia, sotto la pressione britannica, rimorchiò la Struma fuori dal porto e la lasciò alla deriva nel Mar Nero, senza motore, senza carburante, senza salvagenti. Il mattino successivo, il 24 febbraio, la nave fu colpita da un siluro del sottomarino sovietico Shch-213. L’Unione Sovietica era in guerra contro l’Asse e, secondo le ricostruzioni, scambiò la Struma per un’imbarcazione nemica.

La nave affondò nel giro di pochi minuti. Morirono 767 sopravvissuti, per annegamento e ipotermia. L’unico a salvarsi fu il diciannovenne David Stoliar, trovato il giorno dopo da pescatori turchi, aggrappato a un pezzo di legno.

La tragedia della Struma non fu un incidente isolato: fu il risultato diretto della politica britannica di blocco dell’immigrazione ebraica in Palestina. I documenti interni del Foreign Office, desecretati negli anni Novanta, confermano la linea ufficiale: “Nessuna deroga al Libro Bianco”. La vita di centinaia di profughi non contava più della necessità di evitare tensioni con la popolazione araba palestinese.

Per le comunità ebraiche dell’epoca, la Struma divenne simbolo della totale assenza di protezione internazionale durante la Shoah e della volontà — politica più che bellica — di impedire agli ebrei di trovare un rifugio.
Le commemorazioni annuali ricordano ancora oggi i nomi delle 767 vittime, quasi tutte scomparse senza sepoltura.

Come disse l’unico sopravvissuto, David Stoliar:
“Non ci hanno lasciato vivere, e non ci hanno lasciato morire in pace.”

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