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Dopo la guerra: ostilità, assassinii, mancate restituzioni

Nel complesso, gli storici stimano almeno 1.500 ebrei furono uccisi nell’immediato dopoguerra. Molti erano sopravvissuti ai campi. Erano tornati dove nessuno avrebbe voluto rivederli

Dopo la guerra, molti sopravvissuti ebrei provarono a tornare nei luoghi da cui erano stati strappati. Lo fecero con un unico desiderio: ritrovare un frammento di vita — una casa, un oggetto, un volto. Un punto da cui ricominciare.

Ma la realtà del dopoguerra europeo fu molto diversa.

Già nel 1945, le missioni ebraiche in Polonia registrarono aggressioni sistematiche contro chi rientrava. A Lublino, i rapporti dell’epoca indicano che «ogni settimana si ritrova almeno una vittima ebrea assassinata da ignoti». A Cracovia, nell’agosto 1945, la sinagoga Kupa venne incendiata durante le funzioni per lo Shabbat. A Kielce, nel luglio 1946, 42 sopravvissuti furono uccisi mentre cercavano di ricominciare una vita normale.

E gli episodi non si limitarono solo a queste città: nel Rzeszów postbellico, gruppi armati attaccarono i convogli ebraici, a Szczucin le case ebraiche furono saccheggiate, a Białystok si registrarono aggressioni letali già nel luglio 1945. Nell’allora Cecoslovacchia, a Trenčín, vennero assaltati i rientri organizzati, in Ungheria, a Miskolc durante il “pogrom del mattone”, nell’agosto 1946 due ebrei furono lapidati e in Ucraina occidentale, a Kolomyia, molti sopravvissuti furono uccisi dalle milizie locali. 

Nel complesso, gli storici stimano che almeno 1.500 ebrei furono uccisi nell’immediato dopoguerra. Molti erano sopravvissuti ai campi. Erano tornati dove nessuno avrebbe voluto rivederli.

L’ostilità non veniva solo dalle strade: era radicata nelle istituzioni. Le proprietà ebraiche confiscate durante la guerra vennero restituite in percentuali minime. In Polonia era stato espropriato il 94% dei beni ebraici, entro il 1950 ne fu restituito meno del 3%. In Ungheria, dove la confisca raggiunse il 96%, le restituzioni furono inferiori all’1%. In Romania venne confiscato il  92%, con restituzioni pari a zero. In Cecoslovacchia, la percentuale di confische fu dell’89%, con restituzioni sotto il 5%.

Il ritorno era, statisticamente e materialmente, impossibile.

E anche quando si otteneva un po’ di giustizia, i percorsi erano lenti, conflittuali, pieni di ostacoli deliberati. In Italia, l’EGELI, l’ente preposto alla gestione dei beni confiscati con le leggi razziali, trasformò le pratiche di restituzione in procedimenti interminabili. In Polonia, la nazionalizzazione dei beni rese vana ogni rivendicazione. In molti paesi, la restituzione non era negata: era semplicemente irraggiungibile.

Molti sopravvissuti compresero presto che non stavano rientrando in una società guarita. Stavano tornando in società che non avevano mai davvero accettato la loro presenza, da molto prima della Shoah. Erano società nelle quali l’antisemitismo non era scomparso con la fine della guerra: era rimasto in attesa di manifestarsi ancora. Per chi rientrava, significò incontrare un clima che non era cambiato affatto. Il loro ritorno non suscitava accoglienza né sollievo: riportava alla luce un’ostilità che non si era mai spenta e che, in molti casi, si tradusse subito in violenza, linciaggi, pogrom.

Nei DP Camps confluirono sia i liberati dai campi, sia gli ebrei che fuggivano dai nuovi pogrom. Per molti, l’idea stessa di tornare non era più un’opzione, la domanda era se ci fosse ancora un posto, in Europa o altrove, dove poter ricominciare.

Il ritorno impossibile non fu una conseguenza marginale del dopoguerra.
Fu una delle sue verità più profonde.

La liberazione aveva chiuso i campi, ma non aveva riaperto le società.
E per molti ebrei europei, l’unica possibilità di ricominciare fu cercare un luogo in cui la loro vita — finalmente — non fosse percepita come una minaccia, un disturbo o un debito da evitare.

La liberazione iniziò davvero solo quando trovarono uno spazio che li voleva vivi, e non solo sopravvissuti.

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