
Anis Amri era nato nel 1992 nella provincia tunisina di Kairouan. Era cresciuto in povertà estrema, lasciò la scuola a quindici anni e a sedici rubò un camion minacciando l’autista. Fu condannato a quattro anni di carcere ma prima di scontare la pena, finì in una rete di trafficanti che lo portò a Lampedusa. In Italia trascorse altri quattro anni in carcere per incendio doloso, aggressione a guardie e detenuti e minacce di decapitazione.
Una volta rilasciato, nell’estate del 2015 si spostò in Germania sopravvivendo con lavori occasionali e traffico di droga. Entrò così nell’orbita della rete salafita attorno all’imam iracheno Abu Walaa, uno dei principali ideologi dell’ISIS in Germania. In una delle sue prime segnalazioni alle autorità tedesche, un informatore riferì che Amri si vantava di «voler fare qualcosa in Germania» e di essere disposto a compiere un attentato con una cintura esplosiva. I servizi di sicurezza lo misero sotto sorveglianza solo fino al novembre del 2016, un mese prima dell’attentato, concludendo che non costituiva una minaccia imminente.
Amri aveva visitato il mercatino di Breitscheidplatz per la prima volta il 22 novembre 2016. Ci tornò altre sei volte. La sera del 19 dicembre, si avvicinò a un deposito di camion lungo il fiume Spree dove il veicolo era parcheggiato. Sparò alla testa all’autista, Lukasz Urban, che era seduto in cabina, e ne prese il posto. Secondo le indagini, Urban, prima di morire dissanguato, cercò di fermare il terrorista. Riuscì a rallentare il veicolo, ma non abbastanza: in quei pochi secondi, Amri ha falcidiato 12 persone, uccidendole.
Dopo l’attentato, Amri è fuggito a piedi, abbandonando sul camion un documento d’identità. Ha lasciato la Germania e quattro giorni dopo è arrivato in Italia. Il 23 dicembre, a Sesto San Giovanni, vicino a Milano, è stato fermato da due agenti di Polizia per un controllo. Ha estratto una pistola dallo zaino e ha aperto il fuoco. Nello scontro è stato ucciso da uno dei due poliziotti.






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