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La campagna d’Italia

Cuffiano fu il primo villaggio liberato dalla Brigata Ebraica

Dal 5 novembre 1944 al 15 aprile 1945, la Brigata Ebraica combatté sul fronte italiano dell’Ottava Armata britannica. Quarantaquattro giorni di combattimenti effettivi, preceduti da cinque mesi di trasferimento e addestramento. Questo post ricostruisce l’intero arco della campagna: lo sbarco, l’attesa a Fiuggi, i due cicli di operazioni sul Senio e l’offensiva finale che portò alla liberazione di Cuffiano e del Monte Ghebbio.

  1. Lo sbarco e il viaggio verso nord

Il 31 ottobre 1944 la Brigata Ebraica salpò dal porto di Alessandria d’Egitto e sbarcò a Taranto il 5 novembre. Il colonnello Jack Levy, che guidò la colonna verso nord, descrisse così l’attraversamento di Cassino, pochi mesi dopo la sua distruzione: «Anche lì tutto era in rovina, con la popolazione magra e scalza che cercava di tornare alle proprie case, alle vigne e alle tombe dei propri cari. La fame regnava sovrana nel sud Italia.» Il convoglio risalì la penisola attraverso Avellino, Caserta, Capua e Frosinone, per raggiungere Fiuggi, stazione termale a ottanta chilometri a sud-est di Roma, dove il War Office aveva deciso di stabilire il quartier generale della Brigata.

Oltre ai soldati della Brigata Ebraica, erano già operativi in Italia numerosi volontari ebrei palestinesi inquadrati nelle compagnie dei Royal Army Service Corps e dei Royal Engineers, per un totale di circa cinquemila uomini. L’intero contingente di volontari ebrei provenienti dalla Palestina mandataria ammontava, nel novembre del 1944, a circa diecimila individui.

  1. L’addestramento a Fiuggi

La Brigata rimase a Fiuggi quattro mesi, dall’inizio di novembre 1944 fino alla fine di febbraio 1945. Il quartier generale fu allestito nello stabilimento dell’acqua di Fiuggi; il brigadiere Ernest Frank Benjamin, comandante dell’unità, e il suo stato maggiore presero alloggio al Grand Hôtel Palazzo della Fonte. L’addestramento completò la preparazione tattica che era rimasta incompleta in Egitto: tra le lacune da colmare, il fatto che nessun uomo della Brigata sapesse guidare il Bren carrier, il veicolo corazzato leggero destinato al trasporto di fanteria. Il freddo inatteso, a oltre settecento metri di altitudine, causò non poche sofferenze a soldati abituati al clima palestinese.

La composizione della Brigata rifletteva la storia dispersa del popolo ebraico nel Novecento. Il brigadiere Benjamin la descrisse così in un comunicato destinato alla stampa della Palestina mandataria: «La Brigata era composta da uomini provenienti da tutta Europa. Vi erano rifugiati dalla Germania, Austria, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Russia e Polonia, ma anche Falascià etiopi, ebrei dello Yemen e molti altri. In tutto, credo fossero rappresentati più di cinquanta paesi.» Solo la metà dei soldati parlava inglese. Molti erano laureati. La maggior parte, come avrebbe ricordato il rabbino Bernard Casper, cappellano della Brigata, «non erano tipi da sinagoga.»

  1. Il primo ciclo di operazioni: Alfonsine e la Giorgetta

Il 28 febbraio 1945 la Brigata entrò a Rimini, semidistrutta dai bombardamenti, e proseguì verso Cervia, centro di raccolta alle porte del fronte. Ai primi di marzo i tre battaglioni raggiunsero gli scozzesi del I Battaglione Argyll and Sutherland Highlanders dell’VIII Divisione Indiana presso Alfonsine, vicino Ravenna.

Il compito assegnato era limitato: disturbare il nemico, migliorare le posizioni in vista dell’offensiva di primavera, prendere prigionieri. Di fronte c’erano gli uomini della 42a divisione Jäger, fanteria leggera austriaca con esperienza di combattimento in Iugoslavia, il cui morale era giudicato basso dal comando dell’Ottava Armata. La loro fede nel nazismo era definita dagli stessi comandi alleati «questionable», ovvero dubbia. La guerra fu, fin dall’inizio, una guerra di pattuglie notturne, agguati, campi minati, duelli di artiglieria.

Il 3 marzo, durante un pattugliamento notturno, la Brigata contò i primi feriti. Il 14 marzo si registrò il primo scontro a fuoco diretto. Il giorno successivo, dopo tre notti di appostamento, una pattuglia della Brigata tese un’imboscata a una colonna tedesca stimando di aver inflitto tra sei e otto perdite al nemico, senza subire alcuna perdita propria.

Il 19 marzo vi fu l’assalto alla Giorgetta, una piccola collinetta oltre il Senio dalla quale gli Jäger minacciavano le posizioni ebraiche con un pezzo di artiglieria. La pattuglia, guidata dal tenente Tony Van Gelder e dal capitano Yochanan Peltz, si avvicinò strisciando all’obiettivo. Scoperta, attaccò alla baionetta in pieno giorno. Nel bunker dormivano quattordici soldati nemici. Dodici furono condotti al campo, i primi prigionieri della storia della Brigata Ebraica.

Il primo ciclo di operazioni si chiuse con cinque morti, un disperso e dodici feriti complessivi. Il disperso fu il soldato Asher Goldring, trentacinque anni, polacco, in forza al primo battaglione. Il suo corpo non fu mai ritrovato. Rimane l’unico disperso della Brigata Ebraica.

  1. Il secondo ciclo: Brisighella e il fronte del Senio

Il 25 marzo la Brigata si spostò nel settore di Brisighella, nei pressi di Faenza, rilevando i soldati gurkha della 43a brigata. Il paesaggio cambiò, così come il nemico. Di fronte non c’erano più gli Jäger austriaci ma i paracadutisti della 4a divisione Fallschirmjäger tedesca, veterani del fronte russo, ben armati, motivati e supportati da artiglieria divisionale che includeva una batteria di Nebelwerfer, lanciarazzi in grado di sparare sia proiettili esplosivi sia munizioni chimiche. Gli uomini della Brigata dovettero marciare di notte per raggiungere le proprie posizioni, perché il nemico avrebbe aperto il fuoco dell’artiglieria al primo avvistamento diurno.

Le settimane dal 25 marzo al 9 aprile furono le più dure dell’intera campagna. Nella notte del 1° aprile, il primo battaglione fu coinvolto in una vera e propria battaglia, con quattro morti, tredici feriti e un disperso — il soldato Goldring. Dopo, i paracadutisti tedeschi smisero di avventurarsi a sud delle proprie posizioni: il controllo della sponda meridionale del Senio era stato conquistato.

Il 3 aprile 1945, nell’aia di una casa colonica tra Faenza e Brisighella, si tenne la cerimonia di presentazione della bandiera della Brigata, alla presenza di Moshe Shertok, direttore del dipartimento politico dell’Agenzia Ebraica e futuro secondo primo ministro di Israele. Nel suo discorso Shertok descrisse il significato di quella bandiera con la Stella di Davide: 

«Ciascuno di voi durante questi cinque lunghi anni di guerra ha visto in questa bandiera il suo vessillo morale e spirituale. Per noi questa bandiera è intrisa del sangue di milioni di ebrei che furono condotti al macello come agnelli indifesi.»

  1. L’offensiva finale: il Senio, Cuffiano, il Monte Ghebbio

Il 9 aprile 1945 scattò l’offensiva finale sulla Linea Gotica. Alla Brigata Ebraica fu affidato il compito di stabilire una testa di ponte oltre il Senio in funzione diversiva, per impedire ai tedeschi di concentrarsi contro il Gruppo di Combattimento Friuli, che avrebbe dovuto conquistare Riolo, e contro i polacchi che avanzavano in pianura verso Imola.

Nella notte tra il 9 e il 10 aprile gli uomini della Brigata attraversarono il Senio nel punto più basso, davanti al vecchio mulino Fantaguzzi, in silenzio e senza copertura di artiglieria. All’1.45 la compagnia D del secondo battaglione aveva occupato il mulino senza incontrare resistenza e senza perdite. Alle 4.30 l’artiglieria alleata aprì il fuoco sulle posizioni tedesche intorno a Riolo, e il Gruppo Friuli si lanciò all’assalto. I tedeschi si difesero bene e il Friuli fu respinto con forti perdite. Gli uomini asserragliati nel mulino si trovarono soli a nord del Senio, sotto il fuoco di mortai e mitragliatrici tedesche.

Durante la giornata del 10, la testa di ponte fu ampliata con l’arrivo di rinforzi. Solo alle 10.45 dell’11 aprile, ritiratisi i tedeschi, fu possibile entrare a Cuffiano. Fu il primo villaggio liberato dalla Brigata Ebraica.

Il Monte Ghebbio, che sovrasta Cuffiano e dal quale i tedeschi tenevano sotto tiro l’intera area, cadde il 12 aprile. Il 14 aprile il primo battaglione raggiunse le porte di Imola e subì gli ultimi colpi di mortaio. Quella fu l’ultima azione di guerra della Brigata Ebraica. Il giorno successivo i battaglioni di fanteria della Brigata si radunarono a Brisighella per un periodo di riposo.

  1. Il bilancio della campagna

La Brigata Ebraica operò attivamente sul fronte italiano dal 3 marzo al 15 aprile 1945, per un totale di quarantaquattro giorni di combattimenti. I caduti, considerando anche i reparti ausiliari, furono cinquantotto, di cui trentasei morti in azione tra i battaglioni di fanteria, un disperso e un suicida. Le salme si trovano principalmente nel cimitero militare di Piangipane e in altri cimiteri della provincia di Ravenna, oltre che a Milano, Ancona, Salerno, Udine, Caserta, Padova, Bari e nella provincia di Roma. 

Nel cimitero del Commonwealth di Ravenna riposano trentatré soldati della Brigata, le cui lapidi recano ancora il simbolo del Palestine Regiment — il ramoscello di ulivo con la scritta «Palestina» in inglese, arabo ed ebraico — e non la Stella di Davide.

Sul piano strettamente militare, la funzione della Brigata sul fronte del Senio, come avrebbe scritto il generale Yigal Allon, fu quella di creare azioni di disturbo e agganciamento in un settore pressoché statico. Il contributo alla vittoria alleata fu modesto. Decisiva fu invece l’esperienza acquisita: la preparazione tattica, l’uso delle armi, la cooperazione con i mezzi corazzati e l’aviazione. Trentacinque soldati della Brigata Ebraica divennero in seguito generali dell’esercito israeliano. Due di loro — Mordechai Maklef e Haim Laskov — ricoprirono la carica di Capo di Stato Maggiore dell’IDF nei primi anni di vita dello Stato ebraico.

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