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Le conferenze che hanno condannato gli ebrei

Nel gennaio 1942 e nell’aprile 1943 si svolsero due conferenze che, pur in contesti opposti, furono cruciali nel determinare la sorte degli ebrei europei: la Conferenza di Wannsee e la Conferenza di Bermuda.

Nel gennaio 1942 e nell’aprile 1943 si svolsero due conferenze che, pur in contesti opposti, furono cruciali nel determinare la sorte degli ebrei europei: la Conferenza di Wannsee e la Conferenza di Bermuda. La prima stabilì l’organizzazione amministrativa dello sterminio; la seconda sancì l’assenza di un intervento internazionale che potesse ostacolare le mire naziste. Questi due eventi circoscrivono uno dei passaggi più critici della storia della Seconda Guerra Mondiale.

La Conferenza di Wannsee, convocata il 20 gennaio 1942 nella periferia di Berlino, riunì i rappresentanti delle SS e dei principali ministeri del Reich. Non si trattò del punto di inizio dello sterminio, dal momento che era già stato avviato nei territori orientali occupati sin dall’estate del 1941. Ne rappresentò, però, la formalizzazione burocratica. Questo protocollo, uno dei documenti più rilevanti dell’intera storia della Shoah, mostra come l’apparato statale tedesco si coordinò per rendere esecutiva la “soluzione finale della questione ebraica”: deportazioni sistematiche verso i centri di uccisione, ripartizione delle competenze, definizione delle categorie da includere ed escludere, tempi, metodi, responsabilità.

Nel frattempo, le notizie sui massacri raggiunsero Londra e Washington con crescente frequenza. Fra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, vennero prodotti rapporti dettagliati sul funzionamento dei ghetti e delle deportazioni. Si conoscevano le stime relative agli omicidi di massa nelle camere a gas; circolavano testimonianze dei sopravvissuti e documenti dei governi in esilio. Di fronte a queste informazioni, gli Alleati decisero di convocare una conferenza congiunta per discutere la questione. La sede scelta fu l’arcipelago delle Bermuda. L’incontro si aprì il 19 aprile 1943, proprio nei giorni in cui nel ghetto di Varsavia scoppiava la rivolta.

La Conferenza di Bermuda, tuttavia, non si propose di affrontare lo sterminio in corso. Fin dalla sua preparazione, l’incontro fu definito da una serie di vincoli che ne limitarono drasticamente il raggio d’azione: non si discusse della “soluzione finale”, non si considerarono aumenti delle quote migratorie statunitensi, non si esaminò la possibilità di aprire la Palestina a migliaia di disperati, non si presero in considerazione scambi, corridoi, piani di evacuazione o misure di pressione diplomatica. 

Gli interventi dei delegati mostrano una chiara volontà di evitare un coinvolgimento nel salvataggio degli ebrei: ogni scenario che implicava la protezione di un grande numero di essi, venne respinto come irrealistico, destabilizzante o impraticabile. Anche le proposte relative all’evacuazione parziale dei bambini o dei profughi già raccolti in Paesi neutrali, vennero accantonate.

I risultati raggiunti dalla conferenza furono irrisori, si stabilì solo il trasferimento di qualche centinaio di rifugiati, già presenti in Spagna, verso territori controllati dagli Alleati. Quelli dell’Europa occupata furono abbandonati a sé stessi. Mentre le camere a gas di Birkenau funzionavano a pieno regime, la diplomazia internazionale produsse una dichiarazione priva di utilità.

La portata storica della Conferenza di Bermuda consiste precisamente in questo: nel momento in cui era già nota la dimensione genocidaria della politica nazista, le due principali potenze alleate, Stati Uniti e Gran Bretagna, rimasero a guardare. Si decise, in piena coscienza, di non prendere misure o provvedimenti per salvare delle vite umane. E laddove Wannsee legittimò l’industria del genocidio, Bermuda definì l’assenza di un apparato di salvataggio.

L’accostamento fra le due conferenze serve a comprendere un dato fondamentale della storia della Shoah: le grandi democrazie occidentali sapevano dello sterminio in atto ma reputarono che un intervento drastico fosse politicamente irrilevante.

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