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“Cosa me ne faccio di un milione di ebrei?”

Il 19 marzo del 1944, quando la Germania occupò l’Ungheria, cominciò la deportazione: tra maggio e luglio, circa 437.000 ebrei vennero trasferiti ad Auschwitz-Birkenau.

Nel 1944 la comunità ebraica ungherese rappresentava uno degli ultimi grandi gruppi ebraici d’Europa ancora superstite. Per anni, l’Ungheria aveva conservato una forma di autonomia interna che, pur in un contesto di antisemitismo legislativo, aveva impedito alle autorità tedesche di imporre immediatamente le deportazioni. Questo equilibrio si interruppe il 19 marzo del 1944, quando la Germania occupò il Paese con l’Operazione Margarethe. Nel giro di poche settimane, cominciò la più rapida deportazione dell’intera guerra: tra maggio e luglio, circa 437.000 ebrei vennero trasferiti ad Auschwitz-Birkenau.

In quei mesi, si presentarono agli Alleati due occasioni concrete per intervenire: una proposta negoziale proveniente da ambienti nazisti e una proposta di evacuazione avanzata da organismi internazionali. Entrambe rimasero senza seguito. Analizzare queste vicende non significa attribuire agli Alleati responsabilità dirette nello sterminio, ma comprendere la struttura delle decisioni che contribuirono a determinare il destino degli ebrei ungheresi.

La prima occasione si presentò quando Joel Brand, membro del Va’adat Ezrah ve’Hatzalah, il comitato di soccorso ebraico di Budapest, nella primavera del 1944 fu incaricato da Adolf Eichmann di trasmettere agli Alleati una proposta straordinaria: la liberazione di un milione di ebrei in cambio di 10.000 camion e altre forniture. L’iniziativa, nota come “blood for goods”, non nacque come gesto umanitario, ma come tentativo tedesco di ottenere vantaggi materiali e politici, mentre la guerra sul fronte orientale si deteriorava. 

Brand raggiunge Istanbul dove, però, non trovò una delegazione interessata alla proposta. Venne poi arrestato dai britannici in Siria e trattenuto per essere interrogato. Le autorità inglesi ritennero l’offerta una manovra propagandistica, potenzialmente finalizzata a dividere gli Alleati, e rifiutarono di aprire un tavolo di negoziazione. Il governo britannico ribadì che non avrebbe trattato con la Germania per lo scambio di civili. La proposta non venne discussa né a Londra né a Washington. 

Più tardi, quando fu chiesto a un diplomatico britannico perché si fosse rifiutato di negoziare l’accordo, rispose: “Cosa farei con un milione di ebrei? Dove li metterei?”

La seconda occasione riguardò il tentativo, sostenuto da comitati ebraici, diplomatici neutrali e dalla Croce Rossa Internazionale, di trasferire decine di migliaia di ebrei ungheresi in Paesi neutrali o in aree controllate dagli Alleati. I tempi erano stretti: ogni settimana le deportazioni verso Birkenau acceleravano.

Il rifiuto a questa soluzione provenne, ancora una volta, dal Regno Unito. Il Foreign Office considerò irrealistico qualunque piano che implicasse l’accoglienza di un contingente significativo di profughi. In una comunicazione interna, emerse la motivazione di fondo: se si apre la porta a 40.000 persone, altre centinaia di migliaia potrebbero chiedere di essere trasferite, innescando una pressione crescente sul governo britannico e sui territori sotto il suo controllo, in particolare la Palestina mandataria, la cui immigrazione ebraica era rigidamente limitata dal Libro Bianco del 1939. Per ragioni strategiche e politiche, Londra non fu disponibile a creare dei precedenti o a compromettere gli equilibri con il mondo arabo. Anche in questo caso, non venne definita alcuna alternativa.

Gli Stati Uniti non intervennero in modo diverso. Nel 1944 fu istituito il War Refugee Board, che ottenne, sì, qualche risultato, ma non influì concretamente sulla questione ungherese, sia per mancanza di strumenti operativi, sia per la riluttanza a discutere piani destinati a coinvolgere grandi numeri di profughi. Le quote migratorie statunitensi non vennero modificate e non si avviò alcun programma straordinario di ammissione.

Il risultato complessivo fu che, mentre la macchina dello sterminio in Ungheria procedeva fin troppo rapidamente, le uniche iniziative che avrebbero potuto incidere, non vennero prese in considerazione. Le motivazioni furono di natura politica, diplomatica e militare: evitare trattative con la Germania, non creare flussi migratori difficili da gestire, non alterare gli equilibri strategici in Medio Oriente, non assumere impegni che avrebbero potuto implicare responsabilità future. Nessuna di queste valutazioni comportò un’intenzione diretta di danneggiare gli ebrei ungheresi, ma tutte conversero nel produrre un effetto concreto: l’impossibilità di salvare un numero rilevante di persone nel momento più critico.

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