
I documenti da soli non bastavano. Per ottenere un titolo di viaggio, un visto e un imbarco serviva una rete capace di fornire copertura, contatti e credibilità. Tra il 1945 e il 1947 l’Italia divenne uno dei principali snodi di questo sistema e il percorso verso l’espatrio assunse una forma ricorrente: attraversamento dei valichi alpini, sosta in Alto Adige, trasferimento a Roma, imbarco da Genova.
Un ruolo centrale fu svolto dalla Pontificia Commissione Assistenza (PCA), nata con finalità umanitarie e impegnata nel sostegno ai profughi presenti sul territorio italiano. La PCA operava attraverso sottostrutture organizzate spesso su base nazionale, che gestivano richieste, certificazioni e lettere di presentazione utili per l’ottenimento di documenti. Le attestazioni rilasciate da ambienti ecclesiastici potevano costituire un primo passaggio decisivo: una credenziale riconosciuta, capace di aprire un fascicolo e legittimare una presenza.
A Roma il vescovo Alois Hudal, legato alla chiesa di Santa Maria dell’Anima, offrì ospitalità e sostegno a diversi ex appartenenti all’apparato nazista. Il caso di Franz Stangl, comandante del campo di Treblinka, mostra con chiarezza il funzionamento del dispositivo. Dopo aver attraversato clandestinamente il Brennero, Stangl raggiunse l’Alto Adige, quindi si spostò a Roma, dove fu ospitato presso l’Anima in Via della Pace. Lì trovò protezione, appoggi logistici e contatti utili. Il percorso seguì una sequenza ordinata: accoglienza, sistemazione temporanea, costruzione di una nuova posizione documentaria, partenza.
Un altro nodo romano fu il sottocomitato croato legato al Croatian Institute of San Girolamo, dove operava Krunoslav Draganović. L’istituto funzionava come centro organizzativo dotato di disciplina interna e compartimentazione. Liste di nominativi, attestazioni di nazionalità, certificazioni religiose e lettere di raccomandazione costituivano strumenti capaci di rimodellare una biografia. La flessibilità nell’attribuzione di status consentiva di inserire individui di diversa provenienza all’interno di contingenti di visti disponibili. La gestione delle identità assumeva qui una dimensione sistematica.
La rete non si limitava a Roma. In Austria, tra Innsbruck e Salisburgo, operavano strutture di transito collegate agli ambienti ustascia e alla Croce Rossa croata. Figure come Vladimir Bosiljević e il sacerdote Vilim Cecelja contribuirono a fornire attestazioni e coperture a uomini presenti nei campi di raccolta austriaci, facilitandone il trasferimento verso l’Italia. L’Alto Adige rappresentò un passaggio cruciale: area di frontiera, popolazione germanofona, presenza di conventi e case religiose che potevano offrire rifugio temporaneo. Qui la fuga assumeva una prima stabilità prima del trasferimento a Roma.
Il caso del sudtirolese Maximilian Blaas, nato a Parcines presso Merano, è indicativo. La sua nazionalità venne ridefinita come “jugoslavo, attualmente apolide”, attraverso lettere di sostegno e attestazioni prodotte a Roma. L’obiettivo era costruire un fascicolo coerente, idoneo a sostenere la richiesta di espatrio verso il Sud America. La forza della rete consisteva nella capacità di produrre coerenza interna ai dossier, rendendo credibile una biografia riformulata.
Genova rappresentava l’ultimo snodo europeo. Qui la rete si intrecciava con l’organizzazione dell’emigrazione verso l’America Latina. Figure di collegamento come monsignor Karlo Petranović coordinarono imbarco e collocazione sulle navi dirette oltreoceano. Frontiera, istituto religioso, ufficio e porto formavano un’unica infrastruttura operativa.
In alcuni casi la rete interveniva anche sul piano simbolico e religioso. Il battesimo sub conditione poteva funzionare come elemento ulteriore di integrazione documentaria. Le fonti ricordano, ad esempio, il caso di Erich Priebke, battezzato come cattolico nel 1948 prima della partenza per l’Argentina. L’identità religiosa si affiancava a quella civile nella costruzione di una nuova posizione riconoscibile.
Queste reti agivano in uno spazio intermedio tra assistenza umanitaria e intermediazione politica. Offrivano alloggio, protezione, attestazioni formali e collegamenti consolari. Trasformavano una presenza clandestina in un percorso organizzato. L’Italia divenne così un corridoio in cui protezione ecclesiastica, mediazione documentaria e logistica portuale si saldarono in un sistema coerente.
La fuga prese forma dentro questa infrastruttura di relazioni, certificazioni e protezioni. Senza rete, il documento restava carta morta. Con la rete, quella carta apriva un consolato e una nuova vita.
Per saperne di più, visita anche la mostra “Gerarchi in fuga. Dove scapparono i nazisti, chi li aiutò e chi li accolse”, presso il Museo Ebraico di Bologna, dal 25 gennaio al 30 giugno 2026.






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