
Madrid, 11 marzo 2004, ore 7:37. Quattro treni della linea Guadalajara-Madrid trasportano migliaia di pendolari verso il centro della capitale. È l’ora di punta. I vagoni sono pieni. Dieci bombe esplodono quasi simultaneamente, detonazione dopo detonazione, nell’arco di quattro minuti. Dieci chilogrammi di dinamite per ciascuna, seicento grammi di schegge metalliche, tutto nascosto dentro a comuni zaini. 191 morti. Quasi 2000 feriti, l’attentato più letale nella storia della Spagna.
Londra, 7 luglio 2005, ore 8:50. Quattro uomini scendono nelle stazioni della metropolitana con gli zaini sulle spalle. Tre si fanno esplodere quasi contemporaneamente sui convogli della Central Line, della Circle Line e della Piccadilly Line. Il quarto non riesce a far detonare il proprio ordigno sulla metropolitana quindi decide di farsi saltare in aria su un autobus a due piani in Tavistock Square, cinquantasette minuti dopo le prime tre esplosioni. 52 morti. 700 feriti.
I quattro attentatori di Londra erano tutti cittadini britannici di origine pakistana. Mohammed Sidique Khan aveva 30 anni, lavorava come insegnante di sostegno nello Yorkshire, aveva una moglie e una figlia piccola. Shehzad Tanweer ne aveva 22 e lavorava nel negozio di pesce del padre. Hasib Hussain ne aveva 18. Erano tutti cresciuti nel Regno Unito, istruiti nelle scuole britanniche, residenti in quartieri ordinari di Leeds e Beeston. Nel settembre 2005 Al Qaeda rilasciò un videomessaggio registrato da due di loro prima dell’attacco. Khan guardava in camera e dichiarava che la sua vera fedeltà era all’Islam, non al paese dove i suoi genitori erano emigrati.
Tra Madrid e Londra sono passati 408 giorni. Tempo sufficiente perché i governi europei annunciassero nuove misure di sicurezza, istituissero commissioni d’inchiesta e dichiarassero che simili attentati andavano prevenuti. Tempo insufficiente per capire che il problema non stava negli aeroporti o nelle stazioni ferroviarie ma nelle città stesse. Si annidava nei quartieri, nelle moschee, nelle prigioni, dove una generazione di giovani europei si stava radicalizzando in silenzio.






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