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Sabaya

Silenced No More — 12/13 Minacce di matrimonio forzato e schiavitù sessuale Fonte: Civil Commission on October 7th Crimes by Hamas, “Silenced No More”, maggio 2026

Il report evidenzia che, durante la prigionia a Gaza, le donne in ostaggio sono state sottoposte a un pattern ricorrente di minacce riguardanti il loro futuro e la loro autonomia. I carcerieri hanno costantemente affermato un presunto diritto di proprietà e controllo sui corpi delle prigioniere, utilizzando la minaccia del matrimonio forzato come strumento di sottomissione psicologica. Questa pratica non è stata isolata, ma ha rappresentato una rivendicazione di titolarità sessuale ed esistenziale volta a cancellare l’identità delle vittime.

Il caso di Noga Weiss: l’anello e il “consenso” coatto.  L’orrore di questo pattern emerge con chiarezza nella testimonianza di Noga Weiss, che aveva 18 anni al momento del rapimento. Noga ha riferito che uno dei suoi carcerieri le ha presentato un anello, intimandole che sarebbe rimasta a Gaza per sempre per sposarlo e partorire i suoi figli. In un atto di estrema crudeltà psicologica, il rapitore ha portato la madre di Noga (anch’essa prigioniera) davanti alla ragazza per chiederle ufficialmente l’approvazione per il matrimonio. Le due donne sono state costrette a fingere sorrisi e gratitudine sotto la minaccia delle armi per evitare l’esecuzione immediata. La Commissione sottolinea come la ripetizione di queste minacce per oltre un mese sia servita a mantenere Noga in uno stato di terrore costante.

La manipolazione dei minori: Dafna Elyakim Anche le minorenni sono state bersaglio di questo pattern. Dafna Elyakim, 15 anni, ha testimoniato che uno dei suoi carcerieri le diceva continuamente che lei sola sarebbe rimasta con lui, mentre gli altri ostaggi sarebbero stati liberati. Il rapitore usava un linguaggio manipolatorio, promettendole una “grande casa” e figli insieme, mentre la sottoponeva a palpeggiamenti e contatti fisici non richiesti. Dafna ha descritto la necessità di apparire “normale e felice” davanti alla sorella minore dopo questi incontri, per non allarmarla, seguendo le precise istruzioni dei carcerieri.

La servitù domestica e la “proprietà” delle vittime Il documento descrive inoltre come alcune donne in ostaggio siano state inserite forzatamente in contesti domestici, obbligate a cucinare, pulire i bagni e accudire i figli dei loro carcerieri come servitù. Questa “intimità coatta” aveva lo scopo di ridurre le donne a oggetti domestici o “premi”. Ilana Gritzewsky ha ricordato come il suo carceriere la tenesse per mano in pubblico dichiarando che era sua moglie, facendola sentire “proprietà” di un uomo che le aveva rubato i gioielli, il nome e la libertà.

Il concetto di “Sabaya” e le conclusioni legali L’intenzionalità di questo pattern è confermata dal linguaggio dei terroristi, che durante l’attacco e la prigionia hanno definito le donne come “sabaya”, termine che indica le schiave di guerra. Questi atti configurano i crimini contro l’umanità di schiavitù sessuale e persecuzione. La Commissione conclude che la minaccia di una discendenza forzata e la cancellazione dell’autonomia riproduttiva sono state armi deliberate per annientare la dignità delle donne israeliane.Domani: l’ultimo crimine documentato — violenza sessuale contro uomini e ragazzi.

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