C’è un momento in cui il racconto non regge più, e la retorica si rivolta contro chi la pronuncia. È il momento in cui Hamas grida al genocidio, ma rifiuta la tregua che lo fermerebbe.
Nel suo articolo per Avvenire, Luca Geronico riferisce che “la strage degli innocenti” continua e che Hamas ha “respinto l’ultimatum” per una tregua. Il titolo è chiaro: “Morti senza tregua. Hamas dice «no» ma si tratta ancora”. Ma è proprio qui che il giornalismo smette di interrogare e inizia a proteggere.
Cosa significa dire che “si tratta ancora”, quando la proposta è sul tavolo e la risposta è un no secco? Geronico lo riporta, senza approfondire: “Nessuno potrà disarmarci”, è la dichiarazione di Hamas che accompagna il rifiuto. Eppure basterebbe consegnare 15 ostaggi – quelli che non avrebbe mai dovuto prendere – per fermare i raid, salvare vite e aprire una tregua. Ma Hamas dice no. E Avvenire lo scrive, ma non lo chiede.
Così accade qualcosa di rarissimo nel panorama delle guerre contemporanee: chi denuncia un genocidio contro di sé, rifiuta consapevolmente di fermarlo. Non perché non possa, ma perché non vuole. Geronico scrive che “con la strage degli innocenti e i raid continui resta lontano il cessate il fuoco”, ma non osa collegare le due cose: che a renderlo lontano non è solo la pioggia di bombe, ma anche il rifiuto di consegnare 15 vite per salvarne migliaia.
Il giornalismo umanitario si inceppa qui. Parla di “33.970 morti a Gaza secondo il ministero della Sanità locale”, e di un milione e mezzo di sfollati, ma tace su chi tiene la guerra in ostaggio. E mentre Geronico elenca la diplomazia al lavoro – “il pressing Usa”, “le trattative a Doha” – scivola via il fatto più grave: Hamas non vuole la tregua perché vive del sangue che denuncia.
La tregua? No, grazie. Quando Hamas preferisce il genocidio alla pace
C’è un momento in cui il racconto non regge più, e la retorica si rivolta contro chi la pronuncia. È il momento in cui Hamas grida al genocidio, ma rifiuta la tregua che lo fermerebbe.
Nel suo articolo per Avvenire, Luca Geronico riferisce che “la strage degli innocenti” continua e che Hamas ha “respinto l’ultimatum” per una tregua. Il titolo è chiaro: “Morti senza tregua. Hamas dice «no» ma si tratta ancora”. Ma è proprio qui che il giornalismo smette di interrogare e inizia a proteggere.
Cosa significa dire che “si tratta ancora”, quando la proposta è sul tavolo e la risposta è un no secco? Geronico lo riporta, senza approfondire: “Nessuno potrà disarmarci”, è la dichiarazione di Hamas che accompagna il rifiuto. Eppure basterebbe consegnare 15 ostaggi – quelli che non avrebbe mai dovuto prendere – per fermare i raid, salvare vite e aprire una tregua. Ma Hamas dice no. E Avvenire lo scrive, ma non lo chiede.
Così accade qualcosa di rarissimo nel panorama delle guerre contemporanee: chi denuncia un genocidio contro di sé, rifiuta consapevolmente di fermarlo. Non perché non possa, ma perché non vuole. Geronico scrive che “con la strage degli innocenti e i raid continui resta lontano il cessate il fuoco”, ma non osa collegare le due cose: che a renderlo lontano non è solo la pioggia di bombe, ma anche il rifiuto di consegnare 15 vite per salvarne migliaia.
Il giornalismo umanitario si inceppa qui. Parla di “33.970 morti a Gaza secondo il ministero della Sanità locale”, e di un milione e mezzo di sfollati, ma tace su chi tiene la guerra in ostaggio. E mentre Geronico elenca la diplomazia al lavoro – “il pressing Usa”, “le trattative a Doha” – scivola via il fatto più grave: Hamas non vuole la tregua perché vive del sangue che denuncia.
La Redazione di Free4Future






Analisi corretta ma avete fatto casino col copia e incolla, il testo si ripete due volte 🙂