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Fuga dalla Shoah: i profughi alla deriva

Come accadde lungo i valichi di terra, anche in mare il respingimento e l’accanimento contro i profughi non fu un insieme di episodi isolati, ma una prassi ricorrente e coerente.

Allo scoppio della guerra, anche le rotte marittime che avrebbero potuto rappresentare una via di salvezza per migliaia di ebrei perseguitati, diventarono un’estensione delle politiche di chiusura attive lungo i confini terrestri. I porti dell’Atlantico, del Mediterraneo, del Mar Egeo e del Mar Nero applicarono rigidi criteri che impedirono l’attracco a navi cariche di ebrei in fuga, oppure concessero permessi temporanei che non garantirono alcuna sicurezza. Come accadde lungo i valichi di terra, anche in mare il respingimento e l’accanimento contro i profughi non fu un insieme di episodi isolati, ma una prassi ricorrente e coerente.

Nel maggio del 1939, la St. Louis lasciò Amburgo con a bordo 937 ebrei (secondo altre fonti 963), in possesso di visti turistici per entrare a Cuba. Ciononostante, all’arrivo sull’isola, i permessi furono improvvisamente revocati e lo sbarco venne vietato. Solo una manciata di passeggeri, dotati di visti americani, poterono scendere. Il tentativo di proseguire verso gli Stati Uniti e il Canada produsse lo stesso risultato: nessun porto concesse lo sbarco. Dopo settimane di navigazione, la nave fu costretta a fare ritorno in Europa, riportando i profughi verso il loro terribile destino.

Nel 1940, il Pentcho era partito da Bratislava con centinaia di fuggiaschi. Navigò per mesi senza ottenere l’autorizzazione per attraccare, fino a quando non venne intercettato dalla flotta britannica. L’imbarcazione si incagliò su un isolotto, poco più che uno scoglio, di nome Kamila Nisi, nel Mar Egeo. L’equipaggio ingaggiato – così come la nave, noleggiata dai profughi stessi – fuggì, lasciandoli senza acqua e cibo. A “trarli in salvo” fu una corazzata italiana che li trasportò a Rodi e provò a consegnarli ai tedeschi. Questi, tuttavia, non vollero saperne. Furono allora trasferiti nel campo di concentramento italiano di Ferramonti di Tarsia.

Sempre nel 1940, fu la volta della Salvador. La nave, immatricolata in Uruguay, era partita dalla Romania all’inizio di dicembre. Era piccolissima, con una capacità di massimo 40 passeggeri. Ve ne salirono 327. Mentre si trovava nel Mar di Marmara, fu sorpresa da una violenta tempesta e lì colò a picco. Si salvarono solo 123 persone. 63 superstiti vennero mandati in Bulgaria. Gli altri 60, dopo mesi di stallo a Istanbul, nel marzo del 1941 poterono salire sulla Darien II alla volta della Palestina. Ci arrivarono, ma come prigionieri: la nave fu bloccata dalla marina britannica, i superstiti furono deportati nel campo di concentramento di Atlit, vicino Haifa.

Solo un mese prima, nel novembre del 1940, il caso della Patria dimostrò tutta l’estrema rigidità della politica britannica derivata dal Libro Bianco del 1939, che limitava drasticamente l’immigrazione ebraica verso la Palestina. Dal momento che le autorità avevano intenzione di deportare alle isole Mauritius un gruppo di fuggiaschi giunti su altre navi, l’Aliyah parallela cercò di aiutarli a salvarsi. Per creare scompiglio e facilitare la fuga, fece esplodere un piccolo ordigno sulla nave. Ma la Patria era così in pessime condizioni che si spezzò in due e affondò. Forse molti profughi avrebbero potuto salvarsi se gli inglesi, che probabilmente avevano intuito qualcosa, non li avessero chiusi a chiave sottocoperta. 277 persone morirono, le rimanenti furono deportate alle Mauritius, come da programma.

Le fonti documentano molte situazioni analoghe. Imbarcazioni piene di fuggiaschi abbandonate a sé stesse, senza possibilità di rifornimenti adeguati e in condizioni sanitarie precarie. E quando venivano intercettate, se non affondate, nella quasi totalità dei casi, i profughi venivano  rispediti da dove erano venuti o distribuiti tra i vari campi di concentramento sparsi nelle zone di pertinenza delle potenze dell’Asse. In entrambi i casi, il risultato fu però tragicamente lo stesso: la deportazione e, prima o poi, le camere a gas.Tra il 1939 e il 1944 il mare non fu una via di salvezza: fu un altro luogo in cui la fuga venne impedita e, in troppi casi, divenne il cimitero di migliaia di ebrei che cercavano solo di sopravvivere.

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