
Nel dopoguerra europeo, l’Exodus rappresentò sia una nave che tentò di portare in salvo i sopravvissuti ebrei nella Palestina mandataria, sia la continuità dell’opposizione britannica all’immigrazione in quell’area. Infatti, la vicenda dell’Exodus si colloca proprio nel quadro dell’Aliyah Bet, cioè l’immigrazione ebraica clandestina, che si era comprensibilmente intensificata dopo la fine del secondo conflitto mondiale.
Ma c’è molto di più: fu il primo caso in cui la Gran Bretagna non solo continuò a intercettare le navi cariche di disperati, ma le rispedì in Europa, applicando ancora una volta e con totale miopia la logica di contenimento che aveva già guidato la politica britannica in passato.
Il quadro normativo è ormai noto, ne abbiamo parlato ampiamente nelle settimane precedenti. Con il Libro Bianco del 1939, il governo britannico aveva limitato l’immigrazione ebraica nella Palestina mandataria a 75.000 persone in cinque anni, subordinando ulteriori ingressi al consenso arabo. Alla fine della guerra, pur con migliaia di sopravvissuti ammassati nei DP Camps europei, quella impostazione non venne rivista.
Di fronte all’aumento dell’immigrazione clandestina, la risposta britannica non fu l’apertura, ma il contenimento ancora più ferreo. L’Exodus fu la prima nave a subire la linea politica del: intercettazione – deportazione – ritorno forzato in Europa.
La nave, conosciuta originariamente come President Warfield, era stata costruita nel 1927 per trasportare 400 passeggeri. Nel 1947, dopo modifiche sommarie, ne imbarcò 4.525. Salpò dal porto di Sète, vicino a Marsiglia, l’11 luglio 1947, diretta verso la Palestina mandataria.
A bordo vi erano moltissimi minori. Le fonti hanno stimato la presenza di 655 bambini e 1.017 adolescenti. Vi erano poi 1.282 donne e 1571 uomini. Si trattava di rifugiati provenienti dalla Germania, che il governo francese aveva lasciato passare. Tra i dati più difficili da ignorare, vi sono quelli legati alla maternità. Durante il viaggio e la deportazione, molte donne, che erano incinte, partorirono a bordo non meno di 50 bambini. Una di loro, Paula Abramowitz, morì per delle complicazioni, esacerbate delle condizioni di vita sulla nave.
Appena lasciate le acque territoriali francesi, la nave venne seguita via via da un numero sempre maggiore di navi della marina britannica. Il 18 luglio 1947, al largo della costa palestinese, la flotta britannica speronò l’Exodus e la abbordò.
I passeggeri opposero resistenza, utilizzando oggetti di fortuna. Lo scontro durò ore e causò tre morti — due passeggeri e un membro dell’equipaggio — e decine di feriti. Non fu un controllo amministrativo, ma un’azione militare contro una popolazione in larga parte composta da donne e minori.
Dopo, la nave venne condotta dapprima al porto di Haifa e i passeggeri, trasferiti su altre navi, vennero rimandati in Francia. A Port-de-Bouc, nel sud del paese, gli ebrei dell’Exodus rimasero 24 giorni chiusi nelle stive, durante un’ondata di caldo estremo. Rifiutarono di sbarcare, nonostante la scarsità di cibo, l’affollamento e condizioni sanitarie gravissime. Il governo francese rifiutò di usare la forza per farli scendere. Offrì asilo a chi avesse voluto sbarcare, ma solo 138 persone accettarono. Tutti gli altri rimasero a bordo, dichiarando che l’unica destinazione possibile era la Palestina mandataria.
Di fronte a questo stallo, la Gran Bretagna prese una decisione che segnò un punto di non ritorno. Il 22 agosto 1947, le navi salparono verso la Germania e dopo una sosta a Gibilterra, giunsero ad Amburgo.
Qui, i passeggeri furono sbarcati con la forza e trasferiti in due campi vicino a Lubecca: Poppendorf e Am Stau. Le fonti documentano un trattamento oppressivo, composto da razioni dimezzate, riscaldamenti disattivati. La stampa internazionale reagì duramente, paragonando la sorte di questi sopravvissuti alle esperienze dei campi tedeschi.L’immagine di ebrei appena usciti dallo sterminio, riportati con la forza in Germania e rinchiusi dietro il filo spinato, produsse un’ondata di indignazione globale.
La copertura mediatica dell’Exodus fu mondiale. Giornalisti descrissero la durezza della gestione britannica, l’opinione pubblica reagì con forza. Secondo le fonti, questo scandalo contribuì a un cambiamento di prassi: gli immigrati ebrei intercettati non vennero più rispediti in Europa, ma trasferiti nei campi di internamento di Cipro.
Tra il 1946 e il 1949, 53.510 ebrei passarono da quei campi. Circa 2.000 bambini vi nacquero, oltre 6.000 erano orfani. L’Exodus è quindi il ponte diretto tra l’Europa dei DP Camps e il sistema cipriota: non la fine dell’internamento, ma il suo spostamento geografico.






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