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Cipro. Fuggiti dai nazisti, prigionieri degli inglesi

Erano circondati dal filo spinato e sorvegliati militarmente. i profughi vivevano dentro baracche e tende, in condizioni igienico-sanitarie del tutto precarie

All’inizio del secondo dopoguerra, decine di migliaia di ebrei scampati ai campi di sterminio nazisti vennero intercettati dalle autorità britanniche mentre tentavano di raggiungere la Palestina mandataria via mare e vennero internati in campi di detenzione dell’isola di Cipro.

Questa nuova politica fu il risultato diretto della continuità della politica britannica sull’immigrazione ebraica, fondata sul mantenimento del blocco imposto dal Libro Bianco del 1939, che limitava drasticamente l’ingresso di ebrei nella Palestina mandataria nonostante le traversie patite durante lo sterminio.

Mentre nei campi per displaced persons dell’Europa occupata prendeva forma una società ebraica provvisoria che si fortificava giorno dopo giorno, la Palestina mandataria rimaneva ancora chiusa. Le autorità britanniche continuarono a considerare l’immigrazione ebraica non come una risposta umana a una catastrofe mossa dall’odio antiebraico, ma come un problema di ordine pubblico e che avrebbe potuto creare squilibri e crisi. Ecco perché nell’agosto del 1946 il governo britannico assunse una posizione ancora più drastica del Libro Bianco. 

La causa fu l’indignazione dell’opinione pubblica occidentale di fronte alla sorte dei sopravvissuti della nave Exodus, nel 1947. Intercettati dalla marina britannica, i profughi furono non solo rispediti in Europa ma di nuovo internati in campi di concentramento in Germania, nelle aree di pertinenza alleata. Per questa ragione, il governo britannico decise che i profughi ebrei sarebbero stati mandati esclusivamente a Cipro.

Nel corso di questi anni, furono qui reclusi non meno di 50 mila ebrei. Dei 12 campi presenti sull’isola, le strutture principali erano due, a una cinquantina di chilometri di distanza l’uno dall’altro: Caraolos, nei pressi di Famagosta, che era già stato utilizzato durante la Grande Guerra come campo per prigionieri turchi; il secondo sorgeva a Dekhelia, vicino a Larnaca. E non erano poi così diversi da quelli nazisti, sebbene non vi si consumasse attivamente uno sterminio. 

Erano circondati dal filo spinato e sorvegliati militarmente. i profughi vivevano dentro baracche e tende, in condizioni igienico-sanitarie del tutto precarie. In estate, il caldo era estremo, situazione esacerbata dal sovraffollamento. Gli internati non erano considerati prigionieri di guerra, eppure non erano liberi. Non era loro concesso scegliere dove andare, né quando partire. Rimasero per mesi in una condizione giuridica ambigua, che prolungò ancora di più l’incubo della detenzione forzata.

Circa il 60% degli internati proveniva dai campi per displaced persons dell’Europa. Altri arrivavano dai Balcani e dall’Europa orientale. Una percentuale era fuggita dai paesi musulmani del bacino del Mediterraneo che, come abbiamo descritto alcune settimane fa, perseguitarono gli ebrei non meno dei nazisti in Europa, uccidendoli e costringendoli alla fuga. 

Si trattava in larga maggioranza di giovani tra i 13 e i 35 anni. Gli orfani erano innumerevoli, oltre 6.000 e per quasi tutte queste persone, Cipro non rappresentò il primo luogo di reclusione: alle spalle avevano già i lager nazisti, i respingimenti alle frontiere, i viaggi clandestini via mare e i DP Camps.

Ma perché ancora nel gennaio del 1949 a Cipro erano internati degli ebrei, nonostante la fondazione dello stato di Israele avvenuta nel maggio del 1948? 

Il 14 febbraio 1947 la Gran Bretagna aveva annunciato alle Nazioni Unite che non avrebbe più amministrato il Mandato per la Palestina. Il 29 novembre dello stesso anno, l’Assemblea Generale dell’ONU raccomandò, sulla base di una relazione stilata da una commissione speciale, la divisione della Palestina in uno stato ebraico e uno arabo. A partire dall’agosto del 1948, le autorità britanniche che ancora avevano giurisdizione sui campi, trasferirono ad Haifa solo piccoli gruppi di persone al mese mentre Israele avviò l’evacuazione finale dei campi nel dicembre 1948. Gli ultimi internati, in gran parte uomini in età militare, vennero trasferiti in Israele tra gennaio 1948 e febbraio 1949. 

Solo allora il sistema dei campi di Cipro viene definitivamente smantellato.

Cipro occupa un posto centrale nella storia del dopoguerra ebraico. È il punto in cui diventa evidente che la liberazione militare non coincide automaticamente con il riconoscimento del diritto a vivere e a scegliere. Per molti sopravvissuti, la Shoah non terminò con l’apertura dei cancelli dei campi nazisti, ma solo con la fine dell’internamento imposto dalle potenze vincitrici.

Raccontare Cipro significa confrontarsi con questa continuità scomoda. Significa riconoscere che, nel Mediterraneo del dopoguerra, esistettero campi di detenzione per ebrei sopravvissuti allo sterminio, istituiti non da un regime genocidario, ma da un’amministrazione coloniale che privilegiò la stabilità politica al riconoscimento di una responsabilità storica.

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