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Hajj Amin al-Husseini tra Berlino e Gerusalemme

Dopo la guerra, Hajj Amin al-Husseini ha fatto accogliere in Medio Oriente i criminali nazisti funzionali alla nuova guerra contro Israele

Al-Husseini è una figura chiave nei rapporti tra nazismo e islamismo. E’ stato il principale promotore dell’antisemitismo arabo contemporaneo e alleato di Mussolini e Hitler nella Seconda Guerra Mondiale, durante la quale, dalla Germania, condusse la propaganda nazista in arabo. Partecipò anche alla creazione dei reparti musulmani nelle Waffen-SS. Dopo la guerra, rientrato in Medio-Oriente ha fatto accogliere i criminali nazisti funzionali alla nuova guerra contro Israele.

Hajj Amin al-Husseini faceva parte di una delle famiglie più potenti di Gerusalemme. Gli al-Husseini appartenevano all’aristocrazia religiosa della città, erano custodi di moschee, interpreti della legge islamica, mediatori tra la popolazione e il potere ottomano che da secoli governava nella regione. Fin da giovane trovò interessanti molte delle idee che circolavano nel mondo musulmano e in cui si era imbattutto dopo il trasferimento al Cairo nel 1912: nazionalismo, panarabismo e modernizzazione.

Allo scoppio della Grande Guerra si arruolò nell’esercito ottomano come ufficiale di artiglieria. Quando tornò a Gerusalemme, trovò la città sotto il controllo britannico. Come se non bastasse, sebbene gli inglesi avessero promesso agli arabi la nascita di uno stato se questi li avessero aiutati insorgendo contro il sultano, con la dichiarazione Balfour del 1917 la corona aveva preso in considerazione la possibilità di concedere agli ebrei la nascita di un focolare nazionale proprio in quella terra. Per al-Husseini fu determinante intervenire per imperdirlo.

Il 4 aprile 1920, durante la festa di Nebi Musa, arringò la folla di pellegrini musulmani incitandoli contro gli ebrei e gli inglesi. La città precipitò nel caos: case saccheggiate, sinagoghe profanate, cinque ebrei uccisi e oltre duecento feriti. Le autorità britanniche lo condannarono in contumacia a dieci anni di carcere per istigazione alla violenza, ma egli era già fuggito in Transgiordania. 

All’inizio degli anni Venti, un’amnistia generale voluta dall’amministrazione britannica gli permise di rientrare a Gerusalemme. Due mesi dopo fu nominato Gran Muftì grazie all’intercessione dell’Alto Commissario britannico Sir Herbert Samuel: molti storici giudicheranno quella decisione uno degli errori più gravi della politica britannica nel Mandato. Un anno dopo ottenne anche la guida del Consiglio Supremo Musulmano, assumendo il controllo del waqf, l’insieme delle proprietà religiose islamiche. Consolidò rapidamente un sistema di potere fondato sul patrocinio: favori e protezione ai fedeli, isolamento e repressione degli oppositori. 

Nel 1929 decise che era il momento di agire di nuovo. Fece diffondere una calunnia: gli ebrei intendevano attaccare la moschea di al-Aqsa. Dopo settimane di tensione, il 24 agosto esplose la violenza. A Hebron, una folla armata compì un vero e proprio pogrom sulla storica comunità ebraica che viveva lì da secoli. La maggior parte degli abitanti della comunità furono assassinati, i pochi superstiti se ne andarono per non tornare più. Una commissione d’inchiesta britannica attribuì ad al-Husseini la responsabilità morale dei disordini, ma non seguì alcuna azione concreta contro di lui. L’impunità rafforzò la sua convinzione che la strategia del terrore pagasse, gli inglesi non potevano permettere che la situazione sociale precipitasse definitivamente. 

Quando, nel 1933, Adolf Hitler venne eletto cancelliere, al-Husseini fu tra i primi leader a inviare un telegramma di congratulazioni. In poche parole, gli fece sapere che i musulmani accoglievano con favore il nuovo regime e auspicavano l’affermazione del sistema fascista altrove. Insomma, un’ammissione di adesione ideologica. 

Prima ancora, però, al-Husseini aveva trovato un alleato in Benito Mussolini. L’Italia fascista mirava a espandere la propria influenza nel Medio Oriente e cercò contatti con i leader arabi ostili alla Gran Bretagna. Nel 1933 il console italiano a Gerusalemme incontrò al-Husseini, che chiese sostegno finanziario e militare contro inglesi e sionisti. Mussolini colse l’opportunità di presentarsi come protettore del mondo arabo e nel 1934 organizzò un incontro segreto in Eritrea. Ricevette il Muftì con onori ufficiali e gli concesse ingenti somme di denaro per la sua rivolta. 

Sette anni dopo l’incontro in Eritrea, il 28 novembre 1941, Hajj Amin al-Husseini, in esilio in Germania dopo essere fuggito da un mandato d’arresto emesso dal governo britannico a suo carico, fu ricevuto da Adolf Hitler. Quel giorno fu posta la prima pietra di un’amicizia criminale, che cominciò in una stanza di rappresentanza a Berlino e sarebbe continuata, dopo la fine della guerra, in Medio Oriente. Scopo comune: cancellare gli ebrei dalla faccia della terra.

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