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Quando la Croce Rossa salvò i nazisti

All’indomani della fine del conflitto, centinaia di ex nazisti riuscirono a passare indenni i controlli e a far perdere, impuniti, le proprie tracce

Il passo decisivo che favorì la fuga dei nazisti dall’Europa fu la possibilità di ottenere documenti che potessero consentire loro di passare inosservato. Infatti, senza un titolo di viaggio riconosciuto, nessun consolato avrebbe concesso un visto e nessun porto avrebbe autorizzato l’imbarco. 

In questo passaggio, ebbe un ruolo centrale l’International Committee of the Red Cross (ICRC), che nel dopoguerra rilasciò centinaia di migliaia di titres de voyage, destinati a persone prive di passaporto nazionale. Si trattava di strumenti umanitari pensati per i profughi e gli apolidi. Nel contesto di archivi incompleti e controlli discontinui, quei documenti divennero il punto di partenza per ricominciare da capo, lasciandosi alle spalle crimini e colpe. A Ginevra, la struttura era guidata da Carl Jacob Burckhardt e, dal 1948, da Paul Ruegger, mentre funzionari come Paul Kuhne gestivano la distribuzione dei moduli e le comunicazioni con le delegazioni italiane. La Croce Rossa non era un organo investigativo e il sistema si basava su verifiche formali, spesso fondate su dichiarazioni e attestazioni esterne, prese per buone.

Il meccanismo era relativamente semplice. Il richiedente presentava una dichiarazione personale, spesso accompagnata da una lettera di raccomandazione proveniente da comitati di assistenza o istituzioni religiose. Gli veniva attribuito uno status compatibile con l’espatrio — che fosse apolide, rifugiato o ex internato — e, sulla base di tale qualificazione, si procedeva al rilascio di un titolo di viaggio. Una volta ottenuto, si passava al controllo consolare, cui seguiva la concessione di un visto, seguito dall’acquisto del biglietto e dall’imbarco.

A Roma, la delegazione ICRC era guidata da Hans Wolf de Salis. Sotto la sua direzione, vennero emessi circa 50.000 documenti. Qui operarono Gertrude Dupuis, che nelle sue testimonianze ricordò la fiducia accordata alle attestazioni provenienti da ambienti ecclesiastici, e Denise Werner, che segnalò irregolarità nella numerazione dei documenti e la circolazione di moduli in bianco sul mercato nero romano. A Genova, il delegato fu Dr. Leo Biaggi de Blasys, il quale svolse un ruolo importante nel garantire che i titoli di viaggio fossero riconosciuti dai consolati sudamericani. I casi divenuti più noti sono quelli di Adolf Eichmann che divenne “Ricardo Klement” fino al giorno della sua cattura, nel 1960 o Josef Mengele il quale, per qualche tempo, utilizzò l’identità di Helmut Gregor. 

Nello stesso periodo, a Salisburgo, Vladimir Bosiljević, segretario della Croce Rossa Croata, ottenne passaporti ICRC per la rete legata a Krunoslav Draganović, presbitero croato e figura chiave nell’organizzazione delle “ratlines” che facilitarono la fuga di numerosi criminali di guerra ustascia e nazisti verso il Sudamerica. 

Già nel 1947, emersero preoccupazioni diplomatiche circa l’uso improprio dei documenti della Croce Rossa. Segnalazioni provenienti dagli Stati Uniti denunciarono identità ricostruite sulla base di dichiarazioni difficilmente verificabili e la circolazione di certificazioni ottenute in maniera sospetta: ci si era accorti, per esempio, che i documenti rivelavano un passato un po’ troppo “pulito”. Ciononostante, centinaia di ex nazisti riuscirono comunque a passare indenni i controlli e a far perdere, impuniti, le proprie tracce. Alcuni vissero una lunga vita, persino con il proprio nome e non sotto falsa identità senza essere mai catturati e senza aver mai pagato per i propri crimini.

Per saperne di più, visita anche la mostra “Gerarchi in fuga. Dove scapparono i nazisti, chi li aiutò e chi li accolse”, presso il Museo Ebraico di Bologna, dal 25 gennaio al 30 giugno 2026.

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