
Quando si tratta della Shoah, ci si fanno spesso molte domande. Quelle più ricorrenti sono però due: “Come è potuto accadere?” e “Come è stato possibile che, chi poteva intervenire, sia rimasto immobile mentre 6 milioni di esseri umani venivano assassinati?”
Per rispondere, è sufficiente leggere le storie di due uomini che, più di chiunque altro, fecero di tutto perché la verità arrivasse sulle scrivanie dei capi di governo alleati: Witold Pilecki e Jan Karski.
Witold Pilecki compì un gesto che nessun’altra figura della Resistenza europea tentò mai: si fece arrestare per entrare ad Auschwitz. Voleva vedere e documentare quello che stava accadendo, per organizzare una rivolta armata.
All’interno del campo, istituì una rete clandestina con cui raccolse dati in modo meticoloso, identificò colpevoli e responsabilità. Trasmetteva regolarmente rapporti verso l’esterno già a partire dal 1941. Quando nel 1943 riuscì a fuggire – un evento rarissimo – aveva ormai con sé un dossier preciso e devastante, sul numero degli uccisi e sul funzionamento delle camere a gas. Documentò come venivano selezionati i prigionieri per la morte immediata e fece richiesta esplicita agli Alleati di intervenire sulle infrastrutture dello sterminio.
Quel rapporto arrivò nelle mani giuste. Fu letto. Fu discusso. Fu ritenuto credibile.
E tuttavia, fu ignorato.
Mancò la volontà politica di assumersi un ruolo diretto nella protezione degli ebrei europei. Le proposte operative – bombardare le linee ferroviarie, colpire i crematori, sabotare le comunicazioni – vennero respinte come “non prioritarie”, “non decisive”, “troppo rischiose”.
Pilecki aveva rischiato la sua vita affinché gli Alleati vedessero con i propri occhi quello che stava accadendo, ma questi furono inamovibili.
Jan Karski, al contrario, scelse un’altra forma di esposizione: diventare gli occhi e la memoria di chi non aveva più il diritto e la possibilità di parlare. Entrò di nascosto nel ghetto di Varsavia, poi in un centro di transito per Bełżec. Vide e poi riportò ciò che molti, all’estero, non potevano nemmeno immaginare: file interminabili di famiglie, in attesa di un treno che li portasse direttamente nei campi di sterminio. Ma anche gli ordini amministrativi delle deportazioni, lo strumento con cui si obbligavano le persone a lasciare tutto, per un luogo da cui non avrebbero mai fatto ritorno.
Karski portò la verità nelle stanze più alte del potere occidentale.
Incontrò ministri, giudici della Corte Suprema, diplomatici di primo piano. Parlò con Roosevelt alla Casa Bianca, fu ricevuto anche da Papa Pio XII, al quale consegnò un resoconto dettagliato delle persecuzioni ebraiche in Polonia. Ovunque, ripeté la stessa richiesta: aprire le vie di fuga, aumentare le quote migratorie, intervenire sui meccanismi della deportazione.
I suoi interlocutori ascoltarono con attenzione, ma la loro reazione rimase confinata alla sfera dell’empatia sterile. Nessuna apertura dei porti, nessun corridoio di salvataggio.
Uno dei giuristi americani più influenti, Felix Frankfurter, si rivolse a Karski con queste parole: “non dico che lei menta. Dico che non posso crederle.”
Una risposta disarmante, che rese palpabile l’inutilità di ogni sforzo compiuto. Spiegare non era servito a nulla perché mancava l’interesse politico – e forse la tempra morale – per salvare degli ebrei.
Pilecki e Karski non sono stati soltanto testimoni eccezionali, rappresentano un fallimento collettivo: portarono la verità al cospetto di chi aveva il potere per fermare lo sterminio e che, tuttavia, scelse di non fare nulla. È questo costituisce la prova che fa crollare un’altra falsità storica fin troppo diffusa: non è vero che nessuno sapeva, sapevano tutti.
Pilecki e Karski sono diventati, così, anche l’emblema di un’altra amara constatazione: salvare gli ebrei interessava a pochi.






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