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Europa, mondo arabo: la mappa rimossa dell’odio antiebraico

L’antisemitismo non ha mai avuto confini netti, non ha avuto un solo volto e non si è manifestato in un’unica stagione.

Quando ci si accosta alla storia degli ebrei nel XX secolo, si tende a immaginare una mappa semplice, con un unico epicentro della violenza: l’Europa nazista. La Storia, però, segue un’altra geografia. 

L’antisemitismo non ha mai avuto confini netti, non ha avuto un solo volto e non si è manifestato in un’unica stagione. È un fenomeno che attraversa il tempo e ogni società, si adatta ai contesti politici ed è sopravvissuto ai regimi che in apparenza lo hanno incarnato più di chiunque altro.

È solo mettendo al centro questa prospettiva che diventa possibile comprendere la natura trasversale dell’ostilità antiebraica prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nel mondo arabo, l’antisemitismo non arrivò “dopo” la Shoah, né fu la reazione alla nascita dello Stato d’Israele. Si era già consolidato negli anni Venti e Trenta, radicato nella tradizione giuridica dei “dhimmi”, sudditi non-musulmani che ricevevano uno “status di protezione” (dhimma) in cambio del pagamento di una tassa. Elemento  che, nel contatto con l’ideologia nazista, trovò una nuova legittimazione politica. 

In diversi paesi arabi, partiti nazionalisti e gruppi paramilitari guardarono apertamente alla Germania hitleriana come modello. Il Muftì di Gerusalemme, Amin al-Husseini, non fu soltanto un sostenitore, ma anche un alleato del Terzo Reich. Visse a Berlino durante la guerra, incontrò Hitler e Himmler, contribuì al reclutamento delle divisioni musulmane delle SS e sostenne attivamente la politica antiebraica del regime. L’ostilità preesistente venne così reinterpretata attraverso l’antisemitismo di matrice europea, trovando nel nazismo un ulteriore strumento di radicalizzazione.

Le comunità ebraiche della regione vissero l’immediato dopoguerra come l’ultima fase di una lunga erosione. In molti luoghi, la paura non si attenuò con la fine del conflitto, semmai si amplificò. La stessa erosione che attraversò, come abbiamo spiegato nelle settimane precedenti, anche l’Europa.

Non ci furono solo la Germania con le leggi razziali e tutti gli altri alleati che le applicarono nei loro paesi. Gli interessi britannici in Palestina furono un altro elemento dell’equazione che ha favorito lo sterminio degli ebrei. Il Libro Bianco del 1939, documento ufficiale con cui la Gran Bretagna limitò in modo drastico l’ingresso degli ebrei in Palestina, ne è la prova. Rimase in vigore negli anni stessi in cui la violenza antiebraica si intensificava in Europa, con conseguenze storiche incalcolabili e fin troppo sottaciute.

La Gran Bretagna, inoltre, in quanto potenza coloniale, non vedeva di buon occhio il movimento sionista. Lo considerava una forza disobbediente, difficilmente controllabile, sospettata di voler scardinare l’ordine politico imposto. Di conseguenza, non solo non favorì vie di fuga, ma volle interpretare le aspirazioni ebraiche come un problema d’ordine pubblico da contenere, non come la richiesta legittima di un rifugio quando ogni altro luogo sicuro era svanito.

La lettura della Shoah come fenomeno unicamente nazista è stata un modo ben congegnato per cancellare gli altri attori della persecuzione. Ha permesso di evitare un confronto più ampio con le responsabilità morali e con la continuità dell’odio antiebraico prima e dopo il 1945. E ha prodotto una frattura artificiale tra il genocidio e la storia ebraica, come se la Shoah fosse stato un evento circoscritto e non la più cruenta manifestazione di un’ostilità radicata da secoli.

Gli effetti di questa rimozione si vedono tutt’oggi. Negare la continuità dell’antisemitismo dopo il 1945, spezza il filo conduttore che lega l’odio antiebraico che ha preceduto e caratterizzato la Seconda Guerra Mondiale, a quello che si è manifestato dopo, nella sua evoluzione in antisionismo.

Se, come dimostra la Storia, gli ebrei non hanno mai avuto alcun diritto a stare in alcun luogo, figuriamoci se si poteva – e se si può – riconoscere il diritto ad avere un spazio proprio, delimitato da confini dove fosse molto più complicato spadroneggiare contro di loro come si era fatto per secoli in Europa. L’antisionismo contemporaneo, che piaccia o no, è antisemitismo, il cui illimitato serbatoio energetico è proprio l’offuscamento storico della sorte degli ebrei nel secondo dopoguerra. Rimettere al centro questa fase, è un lavoro imprescindibile di ricostruzione storica.

Ciò che oggi chiamiamo antisionismo, è l’antisemitismo di sempre, solo canalizzato contro la più alta concentrazione di ebrei al mondo: lo stato di Israele.

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