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1920-1947 l’odio dimenticato: i massacri nel mondo arabo

Fra la fine degli anni Trenta e il 1947, l’area che va dal Nord Africa al Medio Oriente attraversò una fase di ridefinizione politica che coinvolse direttamente le comunità ebraiche.

La memoria pubblica ha concentrato a lungo l’attenzione sull’Europa nazista e sul genocidio, lasciando in ombra un’altra geografia dell’antisemitismo: quella che attraversò Paesi arabi e musulmani, spesso in presenza di potenze coloniali europee. tuttavia, fra la fine degli anni Trenta e il 1947, l’area che va dal Nord Africa al Medio Oriente attraversò una fase di ridefinizione politica che coinvolse direttamente le comunità ebraiche.

Il risultato è un quadro incompleto: si conosce la distruzione fisica degli ebrei sotto il nazismo, ma si ignora quasi del tutto il sistema di violenze, restrizioni, pogrom e discriminazioni che colpì le comunità ebraiche in Iraq, Libia, Tunisia, Siria, Yemen, Egitto e nella stessa Palestina mandataria.

È questo insieme di fenomeni – non un singolo episodio – a definire la condizione ebraica tra la fine della guerra e la nascita dello Stato di Israele.

L’antisemitismo nei Paesi arabi non nacque con la guerra del 1948, né come reazione alla Shoah. Si innestò su:

  • la tradizione giuridica della dhimma, che definiva una minoranza tollerata ma subordinata;
  • i nazionalismi arabi emergenti, ostili alle minoranze percepite come “estranee”;
  • la propaganda antisemita europea, che negli anni Trenta circolò ampiamente attraverso stampa, radio e reti politiche.

In più, nei Paesi arabi comparirono delle traduzioni dei Protocolli dei Savi di Sion, i movimenti nazionalisti adottano slogan e simboli di derivazione fascista e nazista e il contesto geopolitico si fece rapidamente più instabile.

È all’interno di questo clima che maturarono i pogrom e le violenze degli anni successivi.

A partire dagli anni Venti, a pochi anni dal crollo dell’Impero ottomano e dall’avvio del sistema dei Mandati, le comunità ebraiche della Palestina mandataria e del mondo arabo si trovarono esposte a una sequenza di violenze che, considerate nel loro insieme, delineano una geografia continua della violenza e dell’insicurezza. Questi episodi non furono esplosioni improvvise, ma il prodotto di tensioni politiche, sociali e religiose, radicate nel terreno dei nazionalismi emergenti, nella propaganda antisemita europea e nell’ambiguità e nel calcolo politico delle amministrazioni coloniali.

La Palestina mandataria fu tra i primi territori a rivelare la fragilità del nuovo equilibrio imposto dal Mandato. Nel 1920, durante la processione di Nebi Musa, le celebrazioni religiose si trasformarono in giorni di aggressioni contro il quartiere ebraico di Gerusalemme. L’intervento britannico, tardivo, mostrò quanto fosse incerto il ruolo del Mandato nel garantire protezione. L’anno successivo, nel 1921, la città di Jaffa divenne teatro di violenze ancora maggiori: quarantasette ebrei furono uccisi, centinaia feriti, e migliaia costretti a fuggire. La risposta britannica, anziché rivolgersi contro gli aggressori, comportò un’immediata restrizione dell’immigrazione ebraica.

La situazione raggiunse il punto critico nel 1929, quando le tensioni legate all’accesso al Muro Occidentale degenerarono in attacchi coordinati in diverse città della Palestina. A Hebron, 67 ebrei furono massacrati in poche ore; la comunità che risiedeva lì da secoli, venne cancellata. A Safed, decine di ebrei furono uccisi e ampie parti del quartiere ebraico vennero date alle fiamme. Anche Gerusalemme, Haifa e altri centri minori registrarono assalti e saccheggi. La grande rivolta araba del 1936–1939, diretta contro i britannici ma riversata anche contro la popolazione ebraica, culminò nel massacro di Tiberiade del 1938, in cui diciannove ebrei — undici dei quali bambini — furono assassinati durante un assalto notturno.

Nel frattempo, dinamiche parallele si riscontrarono anche nelle altre regioni del mondo arabo. In Libia, sotto l’amministrazione italiana, si registrarono violenze antiebraiche già nel 1934, ma il punto di massima gravità si raggiunse nel novembre 1945, quando Tripoli fu insanguinata da tre giorni di pogrom: oltre 130 ebrei furono uccisi, centinaia feriti, e interi quartieri devastati. Le autorità britanniche, responsabili del territorio dopo la sconfitta italiana, non riuscirono a fermare la violenza con tempestività. Nuovi attacchi seguirono nel 1948, confermando l’irreversibile declino della presenza ebraica nella regione.

In Iraq, la situazione precipitò nel giugno 1941 con il Farhud di Baghdad, scatenato dal governo filonazista di Rashid Ali al-Gaylani. Segnò una delle più gravi violenze antiebraiche del XX secolo nel Medio Oriente: quasi 200 morti, – ma secondo le comunità ebraiche le vittime furono più di 600 –  stupri, violenze e centinaia di abitazioni e negozi saccheggiati mentre la propaganda tedesca incitava all’odio attraverso la radio e la stampa.

Gli anni 1947–1948 furono teatro di nuovi pogrom. Ad Aden, nello Yemen sotto controllo britannico, tre giorni di attacchi provocarono oltre ottanta vittime e la distruzione del quartiere ebraico. Ad Aleppo, antica città della diaspora, sinagoghe e case vennero incendiate dopo il voto ONU sulla spartizione della Palestina. Nel Bahrein, a Manama, si verificarono aggressioni e saccheggi simili, mentre in Egitto, tra il 1945 e il 1948, attentati, incendi e attacchi contro luoghi e attività ebraiche divennero sempre più frequenti, soprattutto al Cairo e ad Alessandria. Anche in Nord Africa francese, soprattutto in Tunisia e Marocco, negli anni immediatamente successivi alla guerra.

Dal 1939, con il Libro Bianco, Londra introdusse una politica che limitava severamente l’immigrazione ebraica in Palestina. Tra i punti più critici l’ingresso di un massimo di 75.000 ingressi in cinque anni, superati i quali i nuovi arrivi sarebbero stati vincolati al  consenso arabo. A ciò si aggiunse anche una forte restrizione all’acquisto di terre da parte degli ebrei. E nonostante fosse ormai chiaro che in Europa e nei paesi arabi fosse in atto una pulizia etnica degli ebrei, il documento restò in vigore fino a quando il Mandato inglese in Palestina non scadde. Come se non bastasse, le navi che tentavano di raggiungere la Palestina venivano respinte e i profughi o rispediti in Europa o internati a Cipro.

Alla base di questo rifiuto un concorso di cause: l’antisemitismo, la politica coloniale della Gran Bretagna, e la decisione di mantenere i rapporti con le leadership araba, sempre più vicine – quando non alleate – ai nazisti. 

Considerati nel loro insieme, questi episodi delineano un processo storico coerente: tra il 1920 e il 1947, in tutto il mondo arabo e musulmano, la condizione ebraica divenne progressivamente insostenibile, mentre le potenze coloniali — britanniche e francesi — si dimostrarono incapaci, o non intenzionate, a garantire protezione. E l’unico luogo che avrebbe potuto fungere da approdo  per migliaia di innocenti  — la Palestina — rimase inaccessibile per le scelte politiche britanniche che nemmeno negli anni quaranta, quando ormai la macchina dello sterminio era avviata permisero agli ebrei di fuggire nella Palestina mandataria.

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