
Tra il 1951 e il 1954 l’Iran attraversò una crisi da cui, un quarto di secolo più tardi, la rivoluzione islamica avrebbe tratto una delle sue forze. In quegli anni, il governo dapprima nazionalizzò il petrolio controllato precedentemente da una compagnia britannica e poi venne rovesciato da un colpo di Stato. organizzato con l’appoggio di Stati Uniti e Gran Bretagna.
Fu proprio in quei tre anni che comparvero tutti gli attori politici dei decenni successivi: la monarchia, il nazionalismo laico, il clero politico, la sinistra comunista, l’islamismo radicale e le potenze occidentali.
Comparve anche un equivoco clamoroso: Washington e Londra lessero la crisi nazionale iraniana secondo l’ottica della guerra fredda, e per combattere un pericolo comunista, che le loro stesse analisi giudicarono comunque non imminente, si appoggiarono al clero e agli islamisti, sfruttandoli senza, però, riconoscerne la forza politica, con un progetto proprio, che rappresentavano.
Lo stesso identico errore che fu commesso anche oltrecortina.
- Il petrolio, il Fronte nazionale e un omicidio
Dall’inizio del Novecento l’estrazione e la raffinazione del petrolio iraniano erano controllate dall’Anglo-Iranian Oil Company, una società britannica. Allo Stato iraniano andava una quota dei profitti che gran parte della classe politica del paese giudicava del tutto sproporzionata. Nel 1949, un accordo supplementare, destinato a rinnovare la concessione, suscitò una larga larga opposizione. L’accordo prolungava fino al 1993 la concessione ottenuta nel 1933 e lasciava la compagnia esente dalle tasse iraniane, restando lontana dalla divisione a metà dei profitti che altri paesi produttori, come il Venezuela o il Messico, avevano già ottenuto.
Il parlamento non lo approvò.
Attorno a quella battaglia si formò il Fronte nazionale, una coalizione di partiti e personalità guidata da Mohammad Mossadegh, che presiedeva la commissione parlamentare sul petrolio. Mossadegh veniva da una famiglia aristocratica imparentata con la dinastia Qajar, che aveva regnato sull’Iran prima dei Pahlavi, e aveva alle spalle una lunga carriera politica. Il controllo del petrolio divenne il terreno su cui il nazionalismo iraniano misurò la propria forza.
La svolta arrivò il 7 marzo 1951, quando il primo ministro, il generale Ali Razmara, contrario alla nazionalizzazione, fu ucciso da un militante dei Fada’iyan-e Eslam, il gruppo islamista armato guidato da Navvab Safavi. Nello stesso mese, il parlamento approvò la nazionalizzazione. Alla fine di aprile, votò la legge proposta da Mossadegh per attuarla e subito dopo lo elesse primo ministro. Il sostegno pubblico che l’ayatollah Abolqasem Kashani, la figura religiosa più vicina al movimento nazionalista, diede all’assassino mostrò che la violenza islamista aveva trovato una legittimazione dentro il fronte della nazionalizzazione.
La convergenza tra i Fada’iyan e il governo nazionalista durò pochissimo: il gruppo chiese al nuovo governo l’imposizione del velo, l’allontanamento delle donne dagli impieghi pubblici, il divieto degli alcolici e la preghiera obbligatoria per i dipendenti dello Stato. Mossadegh rifiutò, e i Fada’iyan gli divennero ostili all’istante. Safavi fu arrestato nel giugno 1951, e nel febbraio 1952 un giovane militante del gruppo ferì gravemente Hossein Fatemi, uno dei più stretti collaboratori di Mossadegh. Le minacce furono tra le ragioni per cui il primo ministro trasferì il proprio ufficio nella sua abitazione.
- La crisi del petrolio e il 30 Tir
La Gran Bretagna rispose alla nazionalizzazione con un boicottaggio a cui si unirono le principali compagnie petrolifere internazionali, e il boicottaggio portò l’economia iraniana in una crisi profonda. Nell’estate del 1951, due missioni tentarono una mediazione: quella dell’inviato americano Averell Harriman, in luglio, e quella di Richard Stokes, esponente del governo britannico, in agosto. Londra accettò il principio della nazionalizzazione, ma entrambe le missioni fallirono sulle condizioni pratiche. La Gran Bretagna si rivolse allora al Consiglio di sicurezza dell’ONU e alla Corte internazionale di giustizia. Mossadegh guidò di persona la delegazione iraniana a New York nell’ottobre 1951 e si presentò alla Corte dell’Aja.
Nel luglio 1952 lo scontro si spostò all’interno del paese. Mossadegh chiese il controllo del ministero della guerra, lo scià Mohammad Reza Pahlavi rifiutò e il primo ministro si dimise. Lo scià nominò al suo posto Ahmad Qavam, un anziano politico che rimase in carica sei giorni. La sollevazione del 21 luglio, il 30 Tir del calendario iraniano, fu guidata dall’ayatollah Kashani, dai deputati del movimento nazionalista e dai partiti vicini a Mossadegh, e vi presero parte anche i comunisti, in modo spontaneo e senza una direzione del partito. Lo scià dovette richiamare Mossadegh, che ottenne poteri straordinari.
Tornato al governo, Mossadegh assunse quindi il ministero della guerra, ridusse il bilancio militare, allontanò gli ufficiali ritenuti inaffidabili e ottenne che la principessa Ashraf, sorella gemella dello scià, e la regina madre lasciassero il paese. Poco dopo, respinse anche una proposta comune del presidente americano Truman e del primo ministro britannico Churchill, che chiedeva all’Iran di accettare un arbitrato internazionale.
- La coalizione si sfalda
La coalizione che aveva vinto nel luglio 1952 si sfaldò nei mesi successivi. L’ayatollah Kashani, eletto presidente del parlamento nell’agosto 1952, si allontanò da Mossadegh già in autunno, insieme ad altri dirigenti del movimento come Mozaffar Baqa’i, Hossein Makki e Abolhasan Ha’erizadeh, e ruppe con lui all’inizio del 1953, quando il primo ministro ottenne il rinnovo dei poteri straordinari. Nello stesso periodo incontrò più volte il generale Fazlollah Zahedi, che i britannici avevano individuato come possibile successore di Mossadegh. Il 28 febbraio 1953 folle mobilitate dall’ayatollah Kashani e dall’ayatollah Mohammad Behbahani, un religioso influente di Teheran, assaltarono la casa del primo ministro, che si salvò fuggendo. Fu una prova generale del colpo di Stato. La rottura con Mossadegh riavvicinò a Kashani anche i Fada’iyan, e nello stesso mese Safavi tornò in libertà.
Nell’aprile 1953 il capo della polizia, il generale Mahmud Afshartus, fedele al governo, fu rapito e ucciso da un gruppo di ufficiali in pensione vicini a Zahedi, in un complotto in cui erano coinvolti anche agenti britannici. Zahedi, chiamato a rispondere, trovò rifugio in parlamento con il consenso di Kashani. Il 1° luglio i deputati fedeli a Mossadegh riuscirono a togliere a Kashani la presidenza della camera, ma il parlamento era ormai paralizzato. All’inizio di agosto, Mossadegh lo sciolse con un referendum in cui i favorevoli e i contrari votavano in seggi separati, una procedura che gli costò ulteriore discredito.
Fuori dalla coalizione, e spesso contro di essa, si muoveva il Tudeh, il partito comunista fondato nel 1941. Era l’organizzazione politica meglio strutturata del paese, con una base tra gli operai, gli studenti e gli intellettuali e una rete clandestina di quattro-cinquecento ufficiali nell’esercito. Leggeva la politica iraniana con gli occhi di Mosca. All’inizio si oppose alla nazionalizzazione, che avrebbe chiuso la strada a una concessione petrolifera sovietica e definì i nazionalisti “ingannatori del popolo”. Dopo il luglio 1952 passò a un sostegno incerto, diviso da lotte interne. Fu il primo grande errore di valutazione della sinistra iraniana. Venticinque anni più tardi il Tudeh avrebbe commesso l’errore opposto, sostenendo Khomeini, e anche quella scelta l’avrebbe pagata con la propria distruzione.
- Il clero diviso e il giovane Khomeini
Se il ruolo politico di Kashani è ben documentato, più discussa è la posizione del grande ayatollah Hossein Borujerdi, la massima autorità religiosa del paese. Nel 1949 Borujerdi aveva riunito circa duemila religiosi in un’assemblea che vietò al clero la partecipazione alla politica, e durante il colpo di Stato non prese posizione pubblica. Su questa base molti storici hanno descritto il clero sciita come diviso tra un orientamento quietista, rappresentato da Borujerdi, e uno politico, rappresentato da Kashani. Altri hanno contestato questa lettura: secondo lo storico iraniano-americano Ray Takeyh il quietismo non era affatto la norma in quegli anni, il divieto del 1949 servì soprattutto a prendere le distanze dai Fada’iyan, e il silenzio di Borujerdi durante il colpo di Stato non significava disapprovazione.
Di sicuro, le fonti concordano su un punto: Borujerdi non emise alcuna dichiarazione formale a sostegno dello scià.
In questo mondo religioso si muoveva anche un insegnante di Qom allora poco noto, Ruhollah Khomeini. Secondo il suo biografo Baqer Moin, giornalista e studioso iraniano, Khomeini era un sostenitore di Borujerdi, ma frequentava la casa di Kashani, di cui ammirava l’attivismo politico, ed era vicino ai Fada’iyan: la vedova di Safavi ha raccontato che il fondatore del gruppo era spesso suo ospite. Già negli anni Quaranta, in uno dei suoi rari scritti politici, Khomeini aveva chiesto un governo islamico che vietasse le pubblicazioni contrarie alla religione e mandasse a morte chi le scriveva. Negli anni di Mossadegh non criticò mai Borujerdi in pubblico, e la sua posizione sugli eventi resta poco chiara. Accettò comunque la versione di Kashani quando questi ruppe con il governo, e dopo la rivoluzione disse che l’errore di Mossadegh era stato non sbarazzarsi dello scià quando ne aveva la forza.
- Il colpo di Stato e le sue conseguenze
La proposta di rovesciare Mossadegh partì da Londra nel novembre 1952.
L’amministrazione Truman la respinse, ma dopo l’insediamento di Eisenhower, nel gennaio 1953, la linea cambiò: la CIA e i servizi britannici prepararono l’operazione con il consenso dello scià e con la partecipazione di ufficiali iraniani guidati da Zahedi.
Il primo tentativo, nella notte del 15 agosto, fallì, e lo scià fuggì a Baghdad e poi a Roma. Il 19 agosto, cortei a favore dello scià e reparti dell’esercito presero il controllo di Teheran. Mossadegh si arrese il giorno seguente e il 22 agosto lo scià rientrò in Iran.
Sul peso relativo dell’intervento straniero e dei fattori interni la storiografia si è divisa.
Secondo una lettura, senza l’organizzazione e l’ostinazione della CIA, che proseguì anche dopo aver ricevuto l’ordine di rinunciare, il governo non sarebbe caduto. Secondo un’altra, dopo il fallimento del primo tentativo, l’iniziativa passò agli iraniani, cioè all’aristocrazia, a una parte del clero e dell’esercito e ai cittadini spaventati dal caos. Le due letture concordano sugli errori del governo e del Tudeh, che nei giorni decisivi lasciarono troppo spazio agli avversari.
Dopo il colpo di Stato, Mossadegh fu processato da un tribunale militare nel novembre 1953 e condannato a tre anni di carcere, a cui seguirono gli arresti domiciliari fino alla morte, nel 1967. Il suo ministro degli esteri, Hossein Fatemi, fu catturato dopo mesi di latitanza e giustiziato.
Nel 1954 un accordo negoziato dal ministro Ali Amini affidò lo sfruttamento del petrolio a un consorzio internazionale in cui le compagnie americane ottennero il 40%, la stessa quota della compagnia britannica. Il parlamento lo approvò con 113 voti contro 5. Kashani, ormai escluso dal potere, avvertì Amini che con quell’accordo metteva a rischio la propria vita. Nello stesso anno fu scoperta la rete degli ufficiali del Tudeh nell’esercito, con centinaia di arresti, e negli anni successivi il partito fu smantellato. I Fada’iyan, che avevano sostenuto il colpo di Stato, entrarono presto in conflitto con il nuovo governo.
- L’equivoco
Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna interpretarono il governo Mossadegh come l’anticamera di una presa del potere comunista. Tuttavia, le prove raccolte allora e in seguito raccontano un’altra storia.
Mossadegh si era opposto alle concessioni petrolifere chieste da Mosca – come a quelle britanniche, del resto – e l’amministrazione Truman lo aveva considerato come un argine al comunismo. Ma per queste sue scelte, la Russia sospettò che fosse una spia degli americani. Le stime dell’intelligence americana giudicarono quindi non imminente una presa del potere comunista, una considerazione suffragata anche da uno specialista del Tudeh presso l’ambasciata americana, il quale in qualche modo confermò.
Ma i governi americani e britannici non si fidarono comunque e per debellare il pericolo comunista, da innumerevoli fonti sopravvalutato, Washington e Londra appoggiarono al clero e agli islamisti. Il piano prevedeva il sostegno di importanti religiosi e le minacce di un gruppo armato islamista, quasi certamente i Fada’iyan, contro i funzionari fedeli al governo. La propaganda finanziata dagli americani presentò Mossadegh come nemico dell’Islam, agenti al servizio della CIA minacciarono alcuni religiosi a nome dei comunisti per spingerli contro il governo e il 19 agosto i cortei furono mobilitati anche dalle reti di Behbahani e di Kashani. Gli americani temevano Kashani, che consideravano un demagogo ostile all’Occidente e disposto a intendersi con il Tudeh, ma il mondo religioso nel suo insieme restò, ai loro occhi, una risorsa da usare. Eppure i Fada’iyan avevano già dichiarato quale società volevano, Kashani aveva già mostrato di saper portare in piazza le folle e in quegli stessi ambienti si muoveva il religioso che venticinque anni dopo avrebbe guidato la rivoluzione: Khomeini.
Il colpo di stato restituì allo scià il pieno controllo dell’Iran e, nella memoria di molti iraniani, legò la monarchia agli interessi stranieri. Nel 1979 quella memoria era già una delle forze della rivoluzione.
La vicenda del 1951-1954 si chiude così su un doppio paradosso: l’Occidente agì per scongiurare una minaccia comunista e contribuì a creare il risentimento su cui, venticinque anni dopo, si sarebbe costruita la rivoluzione khomeinista.
Per farlo si servì proprio di quel mondo religioso che allora considerò soltanto un alleato contro i comunisti.






Add comment