
Quando, a partire dalla fine dell’Ottocento, in primi gruppi di ebrei iniziano ad arrivare in Palestina, si trovarono di fronte una regione periferica, agricola, scarsamente industrializzata, attraversata da equilibri sociali fragili ma relativamente stabili. Il loro arrivo determinò non solo un cambiamento demografico ma anche economico, sociale e infrastrutturale. Ed fu proprio questo a renderlo politicamente destabilizzante.
I primi insediamenti ebraici introdussero nuove forme di organizzazione del lavoro, investimenti agricoli capitalizzati, infrastrutture, reti commerciali. In alcune aree la produttività crebbe e il territorio cambiò di conseguenza; si registrò un aumento delle opportunità di lavoro. Questo sviluppo attrasse manodopera araba ma alterò gli equilibri economici precedenti, producendo maggiore mobilità e competizione. La Palestina ottomana cominciò a trasformarsi prima ancora di diventare un “problema” politico internazionale.
Sotto il dominio ottomano, questa trasformazione restò contenuta entro logiche imperiali di controllo e tassazione. Non esisteva ancora un progetto nazionale, né ebraico né arabo. Ma con la fine della Grande guerra e l’instaurazione del Mandato britannico, la Palestina entrò pienamente nella logica coloniale europea. E l’unico interesse della Gran Bretagna fu mantenere il controllo strategico della regione e delle sue risorse, preservando la propria potenza imperiale.
In questo quadro, la presenza ebraica rappresentò un fattore di crisi. Non perché destabilizzasse la convivenza con la parte araba, ma perché introdusse modernizzazione, autonomia economica, capacità organizzativa: tutti elementi che potevano mettere in discussione il dominio coloniale. La risposta britannica non fu un concentrato di promesse contraddittorie e ambiguità politiche.
La vera violenza esplose nel primo dopoguerra. I pogrom e le rivolte si innestarono su un antisemitismo già presente nel mondo arabo, ben prima dell’arrivo degli ebrei europei, e che nei due decenni successivi venne ulteriormente radicalizzato dal contatto con l’ideologia nazista. La Gran Bretagna utilizzò questa ostilità a suo vantaggio: lasciò crescere la tensione, reprime solo parzialmente le rivolte, alternando concessioni e repressione e alimentando, secondo la logica del divide et impera.
Le commissioni d’inchiesta, le proposte di spartizione, le restrizioni all’immigrazione non furono tentativi sinceri di soluzione, ma i meri strumenti di amministrazione del conflitto. La violenza diventò linguaggio politico, mentre il Mandato perdeva progressivamente ogni capacità di governo effettivo.
Al principio degli anni Quaranta, il sistema era ormai al collasso. La questione ebraica, aggravata dalla catastrofe europea, si intrecciò definitivamente con quella araba.
Questa settimana partiamo da qui: che cosa accade quando una società cambia più velocemente di quanto il potere coloniale sia in grado di gestire? E cosa succede quando chi porta il cambiamento diventa, per questo stesso motivo, il bersaglio principale?






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