
Orde Wingate arrivò nella Palestina mandataria nel settembre 1936, come ufficiale britannico destinato al Medio Oriente. Parlava arabo e aveva già prestato servizio in Sudan, con truppe arabe. Conosceva bene il mondo arabo-musulmano dall’interno e condivideva, almeno in partenza, la visione prevalente tra i militari inglesi del Mandato, quella che si reggeva sull’asse con i leader arabi locali e che considerava il sionismo come un elemento estraneo e destabilizzante.
Ma, una volta assunto l’incarico, l’ufficiale cominciò a prendere coscienza di una realtà diversa da quella concepita fino a quel momento.
Studiò con intensità la storia della regione e dell’Yishuv, visitò gli insediamenti ebraici, osservò sul terreno cosa significasse costruire economia, infrastrutture e sicurezza dal niente, in un territorio che l’amministrazione britannica continua a trattare come semplice spazio strategico. Imparò anche l’ebraico e strinse rapporti con Chaim Weizmann e Moshe Sharett.
È in una lettera del 1937, inviata al cugino Reginald, che si apprende con chiarezza questo cambio di rotta. Wingate parlò della lealtà degli ebrei all’Impero, della loro affidabilità, della loro capacità di lavoro; descrisse con queste parole ciò che vide come una trasformazione tangibile:
“You would be amazed to see the desert blossom like a rose; intensive horticulture everywhere—such energy, faith, ability and inventiveness as the world has not seen.”
Fu nel contesto della rivolta araba del 1936–1939 che Wingate divenne definitivamente scomodo per l’amministrazione del Mandato britannico, perché passò all’azione, operando secondo una logica militare. Osservò insediamenti sotto attacco, valutò la difesa passiva come equivalente alla resa e interpretò la rivolta come una strategia politica volta a espellere la presenza britannica e a interrompere il progetto sionista. Rilevò inoltre l’ambiguità della gestione imperiale: una repressione alternata a concessioni, l’uso delle commissioni d’inchiesta come strumenti di rinvio decisionale, e una tolleranza selettiva verso la violenza araba funzionale al contenimento dell’autonomia ebraica.
Per tale ragione, propose di inquadrare le Special Night Squads, unità mobili anglo-ebraiche impiegate in operazioni notturne contro bande armate e sabotatori, con l’obiettivo di colpire le reti di supporto alla guerriglia araba. Per l’amministrazione britannica, l’iniziativa era inaccettabile: armare e addestrare ebrei, concedere loro autonomia operativa, significava trasformare una popolazione da controllare in una forza capace di reagire.
Da quel momento, Wingate divenne un elemento oltremodo problematico, soprattutto per i risultati ottenuti, per i metodi introdotti e per la formazione di uomini destinati a ricoprire ruoli militari di rilievo. In termini operativi, stava accelerando l’autonomia dell’elemento ebraico, un fattore di rischio in un sistema coloniale. A causa di queste attività, venne così progressivamente isolato fino al suo trasferimento definitivo. La sua condanna fu riconoscere gli ebrei come una forza capace di modificare gli equilibri coloniali e che l’efficacia della violenza araba dipendeva anche dalla tolleranza istituzionale. Scelto per il suo orientamento filo-arabo ma trasformato dagli eventi, diventò un elemento di intralcio per la linea di condotta britannica nel Mandato.
Nel 1938, Wingate rientrò in Gran Bretagna e, forte della sua esperienza, criticò apertamente la politica del Mandato, esercitando ogni tipo di pressione politica in favore dell’Yishuv. Tuttavia, la pubblicazione del Libro Bianco del 1939 spazzò via ogni suo sforzo in tal senso.






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