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Obiettivo eliminazione

La guerra del 1948 fu “preannunciata” da anni di propaganda nazista in arabo

Otto ore dopo la nascita di Israele, la Lega Araba dichiarò guerra al neonato stato.

Lo fece, ci dice la storiografia, come reazione all’espropriazione illegittima di terra che gli arabi reputavano gli appartenesse.

Le cose, in realtà, stanno in modo molto diverso.

La guerra del ‘48 fu anche il punto di arrivo degli sforzi compiuti, invano, per eliminare gli ebrei dalla Palestina, cominciati con il Gran Muftì di Gerusalemme trent’anni prima, fin dall’epoca della Dichiarazione di Balfour del 1917 e che aveva assunto da subito i connotati una di guerra santa. Nel ‘48, la lotta armata messa in atto da al-Husseini con la sua Rivolta, divenne una guerra tra nazioni e tra eserciti su cui esercitò la propria influenza anche quel che rimaneva della Germania nazista.

L’obiettivo, sempre lo stesso: lo sterminio degli ebrei.

A confermare l’intento della Lega Araba di cancellare gli ebrei dalla regione sull’esempio del Terzo Reich, insistono le parole del Segretario Generale della Lega Araba, Abd al-Rahman Azzam che nel 1946 aveva annunciato una “guerra di sterminio e di massacro monumentale”. Insomma, parole che non sembrano scelte a caso e che ben si adattano a quanto era accaduto a sei milioni di ebrei in Europa.

Fatti confermati anche dallo storico tedesco Matthias Küntzel, che si è occupato del rapporto tra nazismo e antisemitismo nel mondo arabo. Secondo lo studioso, la guerra del 1948 fu “preannunciata” da anni di propaganda nazista in arabo, basti pensare ai sei anni di trasmissioni di Radio Zeesen, ai suoi milioni di ascoltatori dal Marocco all’Iraq, allo stesso vocabolario dello sterminio nazista adattato alla cultura islamica, trasformando un obiettivo politico in un dovere religioso.

A novembre del 1944, questa guerra santa contro gli ebrei in Palestina venne esacerbata dal Terzo Reich al suo crepuscolo.

L’operazione Barbarossa aveva fallito e l’Armata Rossa avanzava da est. Gli Alleati, dopo lo sbarco in Sicilia e poi di quello in Normandia, stringevano ormai la Germania un una morsa letale.

Consci del fatto che, nel giro di pochi mesi, la guerra sarebbe stata perduta, i vertici nazisti avevano iniziato a ragionare sul dopo: cosa fare, dove andare, come scampare a una giustizia che, quasi di sicuro, si sarebbe mossa contro di loro?

Soprattutto, fu per loro imprescindibile trovare il modo per tenere in vita l’ideologia del Reich millenario e i suoi intenti – non ultimo, portare a termine la soluzione finale della questione ebraica.

Per i “compiti futuri”, così come furono definiti, fu individuato un erede perfetto: il nazionalismo arabo. Il suo tramite, ancora una volta, fu il Gran Muftì di Gerusalemme, Hajj Amin al-Husseini.

Il passaggio di consegna fu stabilito nei minimi dettagli. Armi, aerei militari, personale per istruire le truppe e non solo. Lo stesso Walter Schellenberg, uno dei massimi dirigenti dell’intelligence nazista, scelto personalmente per gestire l’operazione, dichiarò a Norimberga di aver consegnato al Muftì mezzo quintale d’oro e 50.000 dollari; una collaborazione sottoscritta nero su bianco dal Ministero degli Esteri del Reich, che si sarebbe impegnato a continuare i pagamenti anche dopo la caduta di Hitler.

Il trasferimento di armi era però già cominciato un mese prima, quando il 6 ottobre 1944 cinque paracadutisti erano partiti da Atene in direzione della valle del Giordano. Erano tre tedeschi e due arabi. Uno di questi fu Hassan Salameh, di cui abbiamo parlato nel post di ieri. Atterrati nella regione, individuarono i primi depositi dove nascondere le armi per i “compiti futuri”, furono però catturati quasi subito dai britannici e, per il momento, il piano di accumulamento di armamenti fu rimandato.

I finanziamenti in denaro forniti dal Reich, invece, vennero messi al sicuro in Svizzera e in Iraq dal Gran Muftì e utilizzati dopo il conflitto mondiale per continuare a equipaggiare lo schieramento arabo, fino alla scoppio della guerra del 1948.

Gli intenti di sterminio delle due ideologie, trovarono ancora una volta un terreno comune. L’eliminazione degli ebrei, che dal punto di vista tedesco era decisamente fallita e non era stata portata a termine, si rivelò un capitolo ancora aperto: contribuire all’eliminazione di Israele poteva essere una buona ripresa del progetto. Non stupisce, quindi, che molti gerarchi fuggiti in Medio Oriente, come Von Leers, continuarono a spargere propaganda contro gli ebrei, sebbene ora in chiave anti-israeliana.

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