
Alla fine dell’Ottocento, la Palestina era una provincia periferica dell’Impero ottomano, caratterizzata da un’economia agricola estensiva, da una debole infrastrutturazione e da assetti sociali tradizionali. La popolazione locale viveva prevalentemente di agricoltura tradizionale, con un controllo della terra concentrato nelle mani di notabili e famiglie influenti. La presenza ebraica preesistente era antica ma numericamente ridotta e non incideva sugli equilibri complessivi. Il territorio si presentava come uno spazio marginale dell’Impero, con scarsa mobilità sociale e limitate possibilità di sviluppo autonomo.
In questo contesto, a partire dal 1882, iniziarono ad arrivare gruppi di ebrei provenienti dall’Europa orientale, portatori di un progetto politico e sociale nuovo. Da quel momento, la Palestina entrò in un processo di trasformazione profonda che, nel corso di alcuni decenni, ne modificò il tessuto economico, demografico e istituzionale.
Le prime aliyot e l’avvio della trasformazione
Con le prime aliyot, tra il 1882 e la Grande Guerra, l’insediamento ebraico assunse una forma nuova. Si trattò di un processo civile fondato sull’acquisto legale delle terre e sulla costruzione di comunità organizzate. Gli insediamenti introdussero pratiche agricole intensive, sistemi cooperativi, nuove forme di lavoro e una pianificazione razionale del territorio.
Lo sviluppo economico generò una crescente domanda di lavoro. Le opportunità offerte dagli insediamenti ebraici attrassero manodopera araba dalle regioni vicine, dando origine a una migrazione interna significativa. La popolazione complessiva crebbe, i centri urbani si espansero, le attività commerciali si moltiplicarono.
La trasformazione riguardò anche la dimensione sociale. Cambiarono i rapporti sociali, le modalità di accesso al lavoro, il valore della terra. Il territorio entrò in una fase di dinamismo sconosciuta fino a pochi decenni prima.
Il cambiamento come fattore di conflitto
In questa fase emersero le prime tensioni strutturali. La modernizzazione alterò equilibri consolidati e ridusse il potere delle élite tradizionali. Il controllo sulla terra e sul lavoro si indebolì, mentre nuovi attori sociali acquistarono visibilità e influenza.
Il conflitto nacque come reazione a questo cambiamento. La presenza ebraica venne progressivamente rappresentata come una minaccia: trasformazione economica, mobilità sociale, perdita di controllo politico. Il discorso ostile si strutturò attorno al rifiuto della modernità e alla difesa di assetti tradizionali.
Il Mandato britannico e la gestione del conflitto
Nel primo dopoguerra, la Palestina passò sotto il controllo britannico. Con l’istituzione del Mandato, il territorio entrò in una nuova fase politica. L’amministrazione britannica agì secondo una logica imperiale fondata sul controllo indiretto, sulla mediazione con le élite locali e sulla conservazione degli equilibri regionali.
Il progetto sionista, che costruiva istituzioni autonome e una società organizzata, entrò progressivamente in attrito con questa impostazione. La spinta all’autogoverno e alla responsabilità collettiva risultò incompatibile con una gestione coloniale orientata al contenimento delle tensioni emergenti.
La Dichiarazione Balfour e l’ambiguità imperiale
Nel 1917, con la Dichiarazione Balfour, il governo britannico affermò il proprio sostegno alla creazione di un “focolare nazionale per il popolo ebraico” in Palestina. Questo atto, spesso letto come un gesto puramente diplomatico o morale, si collocò nel contesto imperiale dell’epoca: la Gran Bretagna mirò a consolidare il proprio controllo su un’area strategica nel Medio Oriente post-ottomano, utilizzando il progetto sionista come strumento politico. tuttavia, la Dichiarazione introdusse fin dall’origine un’ambiguità strutturale.
Da un lato riconobbe le aspirazioni ebraiche, dall’altro subordinò la loro realizzazione alla tutela degli equilibri locali e degli interessi imperiali. Con l’istituzione del Mandato britannico, questa ambiguità divenne prassi amministrativa: il potere imperiale si presentò come garante di promesse incompatibili, aprendo uno spazio di conflitto che scelse di gestire invece di risolvere.
Rivolte e pogrom nei territori del Mandato
Negli anni Venti e Trenta la tensione sfociò in violenza aperta. Nel 1920, nel 1921 e soprattutto nel 1929, attacchi contro le comunità ebraiche assunsero la forma di veri e propri pogrom. Nei territori del Mandato britannico, le forze di sicurezza intervennero spesso in ritardo, quando la violenza aveva già prodotto vittime e distruzione.
L’amministrazione coloniale definì questi eventi come disordini o rivolte, evitando di riconoscerne la natura mirata. Le conseguenze politiche risultarono evidenti: punizioni blande per i responsabili, restrizioni all’autodifesa ebraica, limitazioni crescenti alla sicurezza delle comunità colpite. La violenza produsse risultati concreti e per questo tese a ripetersi.
La Commissione Peel: il riconoscimento del fallimento
Nel 1937 la Commissione Peel segnò un passaggio decisivo. Per la prima volta, un organismo ufficiale britannico riconobbe apertamente che il conflitto tra il progetto sionista e quello arabo era strutturale e che la convivenza all’interno di un’unica entità amministrata dall’Impero non produceva stabilità. La proposta di partizione rappresentò un’ammissione del fallimento della politica del Mandato britannico. Tuttavia, invece di affrontarne le cause, la Commissione tentò di contenere il problema ridimensionando il progetto ebraico e affidandosi ancora una volta alla mediazione con la leadership araba. Il rifiuto arabo della proposta e l’uso della violenza come leva politica rafforzarono una dinamica già in atto: ogni crisi produsse nuove concessioni, ogni scontro venne seguito da ulteriori limitazioni all’autonomia ebraica. Da questo momento, il potere britannico orientò la propria azione verso il contenimento sistematico del progetto sionista.
Sionismo come progetto anticoloniale
In questo contesto il sionismo assunse sempre più chiaramente i tratti di un progetto di liberazione nazionale e di autodeterminazione. Costruì istituzioni, organizzò la difesa, sviluppò una società capace di reggersi autonomamente. Questa traiettoria entrò in rotta di collisione con il potere coloniale, che vide minacciata la propria capacità di controllo.
Le restrizioni degli anni Trenta culminarono nel Libro Bianco del 1939, che limitò drasticamente l’immigrazione ebraica proprio mentre l’Europa diventava uno spazio di persecuzione sistematica. Il rapporto tra il movimento sionista e l’amministrazione britannica entrò in una fase di rottura irreversibile.
Dalla Seconda Guerra Mondiale al 1948
La Seconda Guerra Mondiale e la Shoah accelerarono un processo già in corso. Milioni di ebrei europei vennero sterminati, mentre i territori del Mandato rimasero in larga parte chiusi all’immigrazione. La società ebraica già presente si rafforzò, consolidò le proprie strutture politiche e sociali e preparò il passaggio alla sovranità.
Quando il Mandato britannico terminò e si arrivò al 1948, il punto di rottura era stato raggiunto da tempo. La nascita dello Stato di Israele rappresentò l’esito di un processo storico avviato decenni prima, non un evento improvviso o isolato.
Conclusione
Il sionismo agì come un movimento politico moderno che produsse sviluppo, modificò equilibri sociali e sfidò un ordine coloniale. Il conflitto in Palestina nacque dunque dal cambiamento e dalla reazione che esso suscitò. Il 1948 e la fondazione dello stato di Israele chiuse un processo lungo, strutturato e coerente, che attraversò più di mezzo secolo di Storia.






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