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Migrazione del nazismo in Medio Oriente (1945-1980)

Quanto accadde tra il 1945 e gli anni Ottanta, dall’Egitto alla Siria, costituì la continuazione di quanto accadde in Europa, anche se in salsa mediorientale

Quando il Terzo Reich crollò nel maggio 1945, migliaia di nazisti lasciarono l’Europa attraverso reti clandestine organizzate dalla Chiesa cattolica e dalla Croce Rossa Internazionale, le famigerate ratline. 

Due destinazioni principali accolsero questi criminali di guerra: il Sud America e il Medio Oriente. Tra queste due direzioni, esiste una differenza abissale: in Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay i nazisti si nascosero, cambiarono identità, vissero nell’ombra cercando di sfuggire alla giustizia. In Egitto e in Siria vennero accolti e assunti negli apparati statali, impiegati attivamente per continuare lo stesso progetto che avevano perseguito in Europa.

La presenza nazista in Medio Oriente costituì una migrazione funzionale del nazismo come sistema politico, dove le competenze sviluppate durante il Terzo Reich vennero trasferite e riattivate al servizio di regimi che condividevano lo stesso obiettivo: l’eliminazione degli ebrei. I nazisti che scelsero l’Egitto e la Siria portarono con sé la tecnologia politica del Reich come la propaganda antisemita, le tecniche di repressione del dissenso, le competenze militari e quelle scientifiche, creando quella che lo storico Julius Bogatsvo definì, nel 1971, la “continuazione della guerra di Hitler contro gli ebrei sotto nuova forma.”

Il titolo del progetto “Quarto Reich Arabo” non è stato scelto a caso. Di fatto, ciò che accadde tra il 1945 e gli anni Ottanta del Novecento dall’Egitto alla Siria, costituì un’inopinabile  continuazione di quanto accadde in Europa, anche se in salsa mediorientale. L’accanimento contro gli ebrei in Europa, venne trasferita in Medio Oriente e adattato per combattere lo stato di Israele. Fu architettata dagli stessi uomini che avevano organizzato il Reich millenario e che, per questo, vennero preposti all’addestramento degli apparati militari e dei servizi segreti.

1. La macchina della propaganda: dal Ministero di Goebbels al Ministero dell’Informazione egiziano

Il Ministero dell’Informazione egiziano divenne, dopo il 1945, il centro di produzione e diffusione della propaganda antisemita in tutto il mondo arabo; una trasformazione operata direttamente dai propagandisti nazisti che applicarono in Egitto gli stessi metodi utilizzati nel Terzo Reich. Il personaggio centrale di questa operazione fu Johann von Leers. 

Nato nel 1902, giurista di formazione, fu un saggista estremamente colto e poliglotta – parlava russo, polacco, ungherese, giapponese, yiddish e scriveva in latino. Von Leers entrò nella dirigenza del Partito nazista nel 1929 e ottenne una cattedra all’università di Jena, in Turingia, da dove sviluppò una prolifica produzione di testi antisemiti che lo resero uno degli intellettuali di riferimento del regime.

All’interno del governo tedesco, von Leers fu un funzionario del Ministero della Propaganda di Goebbels. Venne poi assorbito dalle SS, dove dimostrò di aver perfettamente assimilato la lezione della propaganda nazista come strumento di mobilitazione politica e demonizzazione del nemico. La sua produzione intellettuale si concentrò sulla costruzione di una narrazione che presentasse gli ebrei come nemici ontologici della civiltà europea, combinando riferimenti storici, pseudoscienza razziale e mobilitazione emotiva in un sistema propagandistico coerente e pervasivo.

Quando il Terzo Reich crollò nella primavera del 1945, von Leers fuggì in Italia dove venne arrestato e tradotto in un campo di internamento statunitense, dal quale evase dopo un anno e mezzo. Nel 1950 si rifugiò in Argentina, sotto la presidenza di Juan Domingo Perón, dove fondò e diresse la rivista “Der Weg” (La via) continuando la sua attività di propaganda filonazista e antisemita. Quando Perón venne rovesciato dal golpe militare del 1955, von Leers accettò l’invito che Hajj Amin al-Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme, gli aveva rivolto già negli anni Trenta: trasferirsi in Egitto.

Al Cairo, von Leers trovò un contesto politico perfettamente compatibile con la sua visione del mondo. Il presidente Gamal Abdel Nasser, che aveva fatto parte negli anni Quaranta delle Camicie Verdi, un’organizzazione filonazista, nutriva ammirazione per il nazismo e aveva costruito un regime autoritario basato sul nazionalismo arabo e sull’antisemitismo militante. 

Von Leers si convertì all’Islam assumendo il doppio nome di Omar Amin, dove il secondo nome venne scelto in onore di al-Husseini. Da questa nuova identità, riprese esattamente l’attività che aveva svolto a Berlino: produzione e diffusione di propaganda antisemita su larga scala.

Von Leers fondò al Cairo la casa editrice “La spada di Omar”, ottenne il patentino da giornalista, tenne regolarmente interventi antisemiti e antisionisti presso una stazione radiofonica locale e avviò una collaborazione stabile con il Ministero dell’Informazione egiziano che divenne, sotto Nasser, un vero e proprio rifugio per nazisti europei.

Von Leers morì in Egitto nel 1965 e venne sepolto con rito islamico. Il sistema propagandistico che aveva contribuito a costruire gli sopravvisse per decenni, continuando a produrre e diffondere materiale antisemita in tutto il mondo arabo e dimostrando come il trasferimento di tecnologia politica dal nazismo al Medio Oriente avesse creato strutture durature che operavano indipendentemente dai singoli individui.

Accanto a von Leers operarono altri propagandisti nazisti che contribuirono alla diffusione massiccia di materiale antisemita in lingua araba, creando un ecosistema completo di produzione, traduzione e distribuzione. Ludwig Heiden, giornalista tedesco, tradusse il “Mein Kampf” di Adolf Hitler in arabo sotto lo pseudonimo di Louis al-Hajj – Hajj, come il Gran Muftì -, un’operazione editoriale che ebbe un successo enorme con la vendita di decine di migliaia di copie in pochi giorni. Questa traduzione rese il testo fondamentale del nazismo accessibile a un pubblico vastissimo in tutto il Medio Oriente, dove continua a circolare fino ai nostri giorni e dove copie sono state trovate anche in diverse case a Gaza, durante operazioni militari israeliane.

Helmut Cramer, proprietario della casa editrice “Ring”, distribuiva in Egitto sia nuove pubblicazioni prodotte localmente, sia materiali che si faceva spedire direttamente dalla Germania, garantendo così una continuità nella circolazione di testi nazisti e creando un ponte editoriale tra l’Europa e il Medio Oriente. Questa rete di distribuzione permetteva ai testi antisemiti tedeschi di raggiungere rapidamente le librerie, le biblioteche e le università mediorientali, dove venivano integrati nei curricula educativi e nelle bibliografie accademiche.

Il governo egiziano stesso pubblicò e distribuì su larga scala i Protocolli dei Savi di Sion, la celebre falsificazione antisemita di origine zarista che presenta gli ebrei come un gruppo impegnato in una cospirazione globale per dominare il mondo. Questo testo, ripetutamente smascherato come falso dalla storiografia, divenne tuttavia uno dei libri più diffusi nelle librerie e università mediorientali, presentato il più delle volte come un documento storico autentico e utilizzato come prova della pericolosità intrinseca degli ebrei.

2. La tecnologia della repressione: dalla Gestapo alla polizia segreta araba

Se la propaganda rappresentò la continuità più visibile tra nazismo europeo e regimi mediorientali, la riorganizzazione degli apparati di sicurezza costituì il trasferimento più diretto e operativo di metodi repressivi dal Terzo Reich al Medio Oriente. 

Walter Rauff incarnò questa continuità in modo emblematico, portando le competenze sviluppate nella costruzione dello sterminio sistematico direttamente dentro le strutture di sicurezza siriane.

Rauff era nato nel 1906 e, dopo essersi dimesso dalla Marina nel 1937 a causa del divorzio dalla moglie, entrò nelle SS dove fece rapida carriera nel servizio di sicurezza grazie all’amicizia personale con Reinhard Heydrich, una delle figure centrali della pianificazione della Shoah. Tra il 1941 e il 1942 Rauff lavorò allo sviluppo dei gaswagen, i camion camere a gas montate con cui vennero uccise migliaia di persone nell’Europa orientale. Questi veicoli rappresentarono una fase intermedia nello sviluppo della tecnologia dello sterminio nazista, situandosi tra le fucilazioni di massa degli Einsatzgruppen e le camere a gas fisse dei campi di sterminio come Auschwitz.

Nel 1942, Rauff fu inviato in Tunisia per supervisionare la persecuzione della comunità ebraica locale durante l’occupazione tedesca. Da lì passò in Italia, dove operò come alto funzionario della Polizia segreta, occupandosi della repressione della Resistenza italiana con metodi che includevano tortura, esecuzioni sommarie e deportazioni. Il 30 aprile 1945 venne arrestato dagli anglo-americani all’Hotel Regina di Milano, il quartier generale delle SS in Italia, e portato al campo di internamento di Rimini, dal quale scappò alla fine del 1946.

Il suo coinvolgimento, benché con un ruolo secondario, nella resa delle forze tedesche in Italia permise a Rauff di ottenere una forma di protezione che gli consentì di rimanere a Roma, dove l’arcivescovo Alois Hudal gli procurò un lavoro come insegnante in una scuola cattolica e gli permise di portare in Italia la sua famiglia. Dalla capitale italiana Rauff lavorò attivamente all’organizzazione delle ratlines, le vie di fuga clandestine, operando sia sulla linea sudamericana sia su quella mediorientale.

Sulla linea mediorientale, Rauff reclutò ex ufficiali nazisti per aiutare il regime siriano a potenziare le proprie forze armate e i propri apparati di sicurezza, anche in funzione della guerra contro Israele. Gli ex nazisti raggiungevano la Siria in aereo via Cairo, ottenendo visti e passaporti necessari attraverso l’ambasciata d’Egitto a Roma, il Collegio Germanico e la Caritas dell’amministrazione apostolica di Innsbruck, in una rete di facilitazione che coinvolgeva istituzioni ecclesiastiche cattoliche e diplomatiche arabe.

Tra la fine del 1948 e i primi mesi del 1949, lo stesso Rauff si trasferì a Damasco con la famiglia, dove il suo ruolo andò ben oltre la consulenza tecnica. Come emerge dal suo dossier raccolto dalla CIA e declassificato decenni dopo, Rauff contribuì attivamente al colpo di Stato del marzo 1949 in Siria e riorganizzò la polizia politica siriana sul modello della Gestapo nazista, trasferendo direttamente metodi, strutture organizzative e tecniche operative che aveva utilizzato in Europa.

Questa riorganizzazione includeva l’introduzione della tortura per l’estorsione di confessioni, la creazione di reti di informatori dentro la popolazione civile, lo sviluppo di archivi centralizzati su oppositori politici reali o presunti, e l’implementazione di procedure operative che permettevano la sparizione forzata di individui considerati pericolosi per il regime. Arrestato dopo un successivo colpo di Stato, Rauff venne rilasciato entro pochi giorni ed espulso dal paese. Da lì, come molti altri, raggiunse il Sud America.

Per quel che concerne l’Egitto, qui operò un gruppo più ampio di ex funzionari nazisti. Erano tutto specializzati nella repressione e furono quindi impiegati come consulenti e supervisori della polizia segreta egiziana. 

Leopold Gleim, ex capo della Gestapo di Varsavia, dove aveva supervisionato la creazione del ghetto ebraico e le successive deportazioni verso Treblinka, si convertì all’islam assumendo il nome di Ali al-Nahar e mise le sue competenze nella tortura sistematica e nell’estorsione di confessioni al servizio del regime egiziano.

Heinrich Willermann, ex ufficiale SS che aveva operato in Polonia e Ucraina durante le operazioni degli Einsatzgruppen contro le comunità ebraiche, assunse il nome Naim Yachim e venne impiegato negli apparati di sicurezza egiziani, dove applicò metodi appresi durante le operazioni di sterminio. 

Joachim Dömling divenne Ibrahim Mustafa e operò in Egitto fino alla sua morte nel 1967, mentre Heinrich Sellmann assunse il nome Hamid Sulaiman: tutti furono impiegati in ruoli di consulenza e supervisione dentro le strutture repressive del regime. Introdussero metodi per spezzare la resistenza psicologica dei prigionieri, tecniche per creare paura diffusa nella popolazione e procedure per far sparire persone senza lasciare tracce. 

3. La corsa agli armamenti: scienziati nazisti e progetti missilistici

Parallelamente alla riorganizzazione degli apparati propagandistici e repressivi, centinaia di tecnici e scienziati nazisti vennero assunti in Egitto per progetti missilistici e militari destinati a rafforzare la capacità bellica contro Israele, in una dinamica che ricordava le operazioni Paperclip e Osoaviakhim, con cui Stati Uniti e Unione Sovietica si erano accaparrati scienziati tedeschi dopo la guerra. A differenza  delle superpotenze cercavano competenze per la corsa agli armamenti della Guerra Fredda, come abbiamo già sottolineato, l’Egitto cercava specificamente tecnologie per la guerra contro Israele.

Wilhelm Fahrmbacher, ex esperto d’artiglieria della Wehrmacht, arrivò in Egitto portando con sé una quarantina di ufficiali tedeschi e lavorò a progetti missilistici che avrebbero dovuto dotare l’Egitto di capacità di attacco a lungo raggio contro il territorio israeliano. Wilhelm Voss, ex generale delle SS, alto funzionario delle fabbriche d’armi di Hermann Göring e direttore delle officine Škoda nella Cecoslovacchia occupata dove aveva supervisionato la produzione bellica utilizzando lavoro forzato di prigionieri, mise la sua esperienza industriale al servizio della produzione bellica egiziana.

Nel 1960 arrivarono al Cairo, su invito diretto di Nasser, Wolfgang Pilz, Hans Kleinwachter e Paul Görcke. Quest’ultimo era specialista in elettronica e telecomando che aveva operato a Peenemünde, il centro di ricerca dove vennero sviluppate le V1 e le V2, i missili balistici con cui la Germania bombardò Londra negli ultimi anni della guerra. In Egitto, Görcke si occupò prevalentemente di radar e sistemi di guida.

Il trio aveva messo a punto il progetto missilistico Veronica, e a sovrintendere e dirigere la comunità scientifico-militare tedesca in Egitto venne scelto Eugen Sänger, esperto di propulsione a reazione e autore di progetti che puntavano al passaggio dal volo verticale dei razzi a quello orizzontale, anticipando concetti che sarebbero stati ripresi decenni dopo nei programmi spaziali.

Tre officine, situate in punti distinti alla periferia del Cairo, macinavano progetti ed esperimenti finalizzati alla fabbricazione di armi avanzate: un caccia d’addestramento He 200, un caccia supersonico, un piccolo missile tattico e il missile balistico V2 di cui i tedeschi avevano portato con sé i progetti originali. 

Nel 1964 lo scienziato Willy Messerschmitt, il cui nome era legato a uno dei caccia più famosi della Seconda Guerra Mondiale, il Messerschmitt Bf 109, varò il primo jet da combattimento egiziano, un risultato che dimostrò come le competenze naziste avessero effettivamente prodotto risultati concreti nel rafforzamento delle capacità militari egiziane. 

Questi progetti continuarono fino a quando la Guerra dei Sei Giorni del 1967, con la devastante sconfitta araba, mise fine a tutti questi sforzi.

4. Alois Brunner: l’incarnazione del Quarto Reich Arabo

Il caso di Alois Brunner rappresenta l’incarnazione più pura e concentrata di questo trasferimento di competenze dalla Germania al Medio Oriente.

Brunner nacque in Austria nel 1912 e si iscrisse al Partito nazista a diciannove anni, entrando nelle SS a ventisette. È passato alla storia come “il macellaio di Vienna” per la ferocia e la determinazione dimostrate nel perseguimento della soluzione finale della questione ebraica.

Adolf Eichmann, suo superiore, che coordinò le deportazioni di massa degli ebrei europei verso i campi di sterminio, considerava Brunner il suo uomo migliore, il più efficiente e determinato tra tutti i suoi collaboratori. Simon Wiesenthal, il famoso cacciatore di nazisti sopravvissuto alla Shoah, intitolò nel suo libro “Giustizia, non vendetta” il capitolo dedicato a Brunner “Il braccio destro del demonio”, scrivendo che “si potrebbe dire che Eichmann sia stato la mente e Brunner il braccio, ma ciò sminuirebbe il ruolo di Brunner: si trattava di un braccio dotato di cervello”.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Brunner ricevette diversi incarichi con un unico denominatore comune: radunare le persone di confessione ebraica in aree geografiche diverse e organizzarne la deportazione verso ghetti e campi di sterminio dell’Europa orientale. Deportò centinaia di migliaia di ebrei tra Austria, Germania, Grecia, Francia, Slovacchia e Ungheria, dimostrando una capacità organizzativa eccezionale nel coordinare operazioni logisticamente complesse come la mobilitazione di treni, la requisizione delle proprietà, la separazione delle famiglie e il trasporto verso i campi.

Brunner dimostrò particolare abilità nel sopperire all’inadeguatezza degli uomini disponibili per le deportazioni di massa avvalendosi paradossalmente della collaborazione degli stessi ebrei, che convinceva con promesse di migliori condizioni di vita o con la prospettiva di aver salva la pelle, oppure che costringeva con minacce ad assecondare i suoi ordini. Questa tecnica, che venne poi applicata sistematicamente in molti ghetti e campi, permetteva di ridurre il numero di tedeschi necessari per gestire le deportazioni aumentando l’efficienza del sistema.

Si rivelò anche un astuto trafficante di beni di valore sottratti agli ebrei, beni che regalava o vendeva a compiacenti altoborghesi e nobili filonazisti per consolidare le sue reti di protezione e per arricchirsi personalmente. Questa dimensione predatoria dello sterminio, dove l’eliminazione fisica degli ebrei si accompagnava alla spoliazione sistematica delle loro proprietà, caratterizzò tutto il sistema nazista e Brunner ne fu uno dei praticanti più cinici e sistematici.

Al termine della guerra, Brunner riuscì a eludere la cattura. Rimase nascosto fino al 1954, anno in cui un tribunale francese lo condannò in contumacia alla pena capitale per crimini contro l’umanità, pena che venne poi commutata in ergastolo nel 2001. Nel 1954 fuggì a Roma, dove trovò assistenza nelle reti ecclesiastiche che aiutavano i nazisti, poi si spostò in Egitto e infine in Siria, dove trascorse la parte restante della sua esistenza assumendo il nuovo nome di Georg Fischer.

Il presidente siriano Hafez al-Assad lo accolse benevolmente perché condividevano i medesimi sentimenti antisemiti e perché al-Assad voleva avvalersi specificamente delle sue competenze nell’organizzazione dello sterminio degli ebrei. Brunner non venne assunto in Siria per generiche capacità amministrative o militari, ma perché sapeva come si eliminare con successo gli ebrei, come si organizzavano deportazioni di massa, come si estorcevano le confessioni attraverso la tortura e come si gestivano le reti clandestine.

Al-Assad lo impiegò nella costituzione della polizia segreta ba’athista e nei servizi di intelligence siriana, trasferendo così in Siria i metodi repressivi che Brunner aveva applicato durante il Terzo Reich. 

Brunner si dedicò anche al mercato illegale delle armi sotto l’apparenza di tranquillo uomo d’affari tedesco, sfruttando la sua esperienza nella gestione di reti clandestine acquisita durante gli anni del nazismo. Per cinquant’anni operò al servizio del regime siriano, dimostrando come le competenze naziste nello sterminio degli ebrei trovassero applicazione diretta e duratura dentro gli apparati arabi.

Ben presto, divenne il bersaglio principale dei cacciatori di nazisti, dagli agenti del Centro Simon Wiesenthal fino al gruppo Klarsfeld guidato da Beate e Serge Klarsfeld, e al Mossad. Tutti sapevano dov’era: viveva a Damasco sotto il nome di Georg Fischer, operava apertamente come consulente del regime, manteneva contatti con altri nazisti rifugiati in Medio Oriente. 

Il suo corpo portò per sempre le tracce di due attentati con bombe carta che subì in Siria.

Il primo attentato avvenne nel 1961 a opera di agenti segreti francesi per il suo sostegno al Fronte di Liberazione Nazionale algerino: in quell’occasione perse un occhio. Il secondo, nel 1980 a opera del servizio segreto israeliano, quando perse le dita della mano sinistra tranne il pollice. Era quindi evidente che tutti sapessero dove fosse ma la Siria rifiutò sempre di accogliere le richieste di estradizione giunte nel corso dei decenni da Francia, Austria e Germania.

Verso la fine degli anni Ottanta, si avviarono trattative tra Repubblica Democratica Tedesca e Siria per l’estradizione di Brunner, e solo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 lo salvò dalla consegna. Tuttavia, era un astro in pieno declino: venne confinato dalle autorità siriane nello scantinato di un condominio di Damasco, dove visse il resto dei suoi giorni in enormi ristrettezze e disagi, cieco da un occhio e mutilato, abbandonato dal regime che lo aveva protetto per decenni una volta che la sua utilità era venuta meno.

Luogo e data di morte rimangono incerti: secondo alcune fonti morì nel 2001, secondo altre nel 2010, quasi sicuramente in Siria dove sarebbe stato sepolto in una fossa anonima senza alcuna cerimonia. La sua morte nell’ombra, dopo decenni di impunità, rappresenta uno dei casi più emblematici di come i criminali nazisti abbiano trovato protezione e impiego in Medio Oriente grazie alla loro utilità per regimi che condividevano gli stessi nemici: gli ebrei, Israele e l’Occidente.

Brunner incarnò la continuità diretta tra il progetto genocida nazista e gli apparati repressivi mediorientali del dopoguerra. Le competenze che aveva sviluppato organizzando deportazioni di massa, estorcendo confessioni attraverso la tortura e gestendo reti clandestine vennero trasferite intatte dalla Germania nazista alla Siria ba’athista, dimostrando come il trasferimento di tecnologia politica dal Terzo Reich al Medio Oriente coinvolgesse gli stessi uomini che avevano materialmente eseguito lo sterminio degli ebrei in Europa e che continuarono a lavorare contro gli ebrei in un nuovo contesto geografico e politico.

5. L’architettura dell’impunità: perché la Siria protesse Brunner

La storia di Brunner è la cartina tornasole del ruolo attivo ricoperto dai regimi mediorientali nel proteggere criminali nazisti dalle richieste di estradizione occidentali e israeliane.

La protezione di Brunner da parte della Siria ha inserito la questione dentro una strategia più ampia di consolidamento del potere interno e di guerra contro Israele. Il regime ba’athista siriano, come quello nasseriano in Egitto, aveva come obiettivo dichiarato la distruzione dello Stato ebraico, un obiettivo che veniva presentato pubblicamente come lotta anticolonialista ma che nella sostanza riproduceva la stessa ideologia antisemita del nazismo europeo con l’aggiunta di elementi religiosi islamici.

Brunner incarnò esattamente questa continuità: aveva lavorato allo sterminio degli ebrei in Europa, venne assunto per continuare lo stesso progetto in Medio Oriente. La Siria lo proteggeva perché serviva a questo obiettivo, e quando questo obiettivo cambiò forma e priorità, quando le sue competenze divennero meno utili, venne abbandonato in uno scantinato dove morì solo e dimenticato.

Allo stesso tempo, il caso di Brunner dimostra anche il fallimento della giustizia internazionale nel perseguire i crimini nazisti: il sistema che aveva creato il Processo di Norimberga e aveva proclamato il principio della punizione dei crimini contro l’umanità, fu incapace – o non interessato – di agire quando gli Stati sovrani decisero di proteggere i criminali per motivi politici. 

6. Conclusione: Il Quarto Reich Arabo come categoria storiografica

L’analisi condotta in questo capitolo ha inteso dimostrare che la presenza nazista in Medio Oriente costituì qualcosa di profondamente diverso dalla semplice fuga di criminali verso rifugi sicuri. Quello che accadde tra il 1945 e gli anni Ottanta fu una migrazione funzionale di un sistema politico, dove le competenze, i metodi, le tecnologie e gli obiettivi del nazismo vennero trasferiti e riattivati dentro nuovi apparati statali.

Il termine “Quarto Reich Arabo” non è una metafora retorica, ma una categoria storiografica che descrive accuratamente questo processo di trasferimento. Il nazismo come sistema politico si basava su tre pilastri: propaganda antisemita, repressione del dissenso, sterminio. Tutti e tre questi pilastri vennero trasferiti in Medio Oriente attraverso la migrazione di centinaia di nazisti che portarono con sé competenze specifiche e trovarono regimi disposti ad assumerli.

Von Leers e i propagandisti ricostruirono in Egitto l’apparato propagandistico di Goebbels. Rauff, Gleim e gli esperti della Gestapo riorganizzarono le polizie segrete arabe. Fahrmbacher, Voss, Messerschmitt e gli scienziati missilistici trasferirono le tecnologie militari. Brunner incarnò la continuità diretta dell’obiettivo: eliminare gli ebrei.

Questo trasferimento fu possibile grazie alla compatibilità ideologica profonda tra l’antisemitismo nazista e quello presente in Medio Oriente. L’antisemitismo mediorientale aveva radici antiche che affondavano nella tradizione islamica, dove gli ebrei erano considerati dhimmi, cittadini di seconda classe soggetti a restrizioni e periodiche persecuzioni. Su questo strato antico si era innestato, negli anni Trenta, un antisemitismo politico moderno, promosso principalemente da
Hajj Amin al-Husseini che aveva trasformato l’opposizione al sionismo in una guerra totale contro gli ebrei come popolo.

Il nazismo portò soprattutto, le tecniche propagandistiche per mobilitare le masse, le competenze repressive per spezzare ogni resistenza. 

Alla luce di quanto detto, è allora possibile affermare che il progetto nazista di eliminazione degli ebrei non finì con la caduta di Berlino nel 1945 ma trovò una nuova declinazione nella guerra totale contro Israele. Gli stessi uomini che avevano organizzato la Shoah vennero assunti per addestrare apparati che dovevano distruggere Israele. Le stesse tecniche di propaganda che avevano preparato lo sterminio in Europa vennero applicate alla demonizzazione di Israele. Le stesse tecnologie militari sviluppate per conquistare l’Europa vennero trasferite per attaccare lo Stato ebraico.

Eppure, la storiografia continua troppo spesso a trattare questo fenomeno come marginale, laddove la presenza nazista in Medio Oriente fu invece centrale anche per determinare il corso della storia del conflitto arabo-israeliano e influenzare quello israelo palestinese. Implicazioni che si estendono fino al presente: la propaganda antisemita prodotta dai nazisti in Egitto continua a circolare e i testi tradotti da Heiden vengono ancora ristampati. Persino i metodi repressivi trasferiti da Rauff e Gleim hanno contribuito nel tempo a formare generazioni di quadri della sicurezza araba, ben oltre la morte dei loro creatori.  

Per saperne di più, visita anche la mostra “Gerarchi in fuga. Dove scapparono i nazisti, chi li aiutò e chi li accolse”, presso il Museo Ebraico di Bologna, dal 25 gennaio al 30 giugno 2026.

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