
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli ebrei sopravvissuti alla Shoah si trovarono davanti a una libertà solo apparente. Non avevano un posto dove tornare ma, soprattutto, moltissimi di loro non avevano più nessuna patria nazionale in attesa di riabilitarli come cittadini. Allo stesso tempo, nessuna autorità internazionale si fece carico del loro futuro, al massimo la soluzione fu rinchiuderli di nuovo in attesa di capire che cosa fare di loro. Fu per tale ragione che si radicò ancora di più la consapevolezza che senza una struttura nazionale, il popolo ebraico sarebbe stato sempre vulnerabile.
La possibilità di creare un focolare nazionale per tutti gli ebrei, però, era stata teorizzata ben prima delle leggi di Norimberga. Già alla fine del XIX secolo, Theodor Herzl, considerato il padre del Sionismo politico, aveva compreso che l’assimilazione degli ebrei in Europa non costituiva una garanzia di sicurezza e che un popolo senza sovranità, soprattutto un popolo soggetto da secoli alla più abietta persecuzione, sarebbe stato sempre esposto a ogni tipo di ritorsione violenta.
I pogrom del ‘900, la Shoah, la connivenza internazionale di chi sapeva e non la impedì e il trattamento degli ebrei dopo lo sterminio, sono le prove storiche che Herzl aveva ragione.
Dopo il 1945, questa corsa al focolare nazionale si fece ancora più determinante. Gli ebrei scampati al genocidio, forti dell’esperienza appena vissuta nella quasi totale indifferenza globale, si organizzarono da soli e tramite reti clandestine, sistemi di assistenza, corridoi illegali, strutture di accoglienza e organizzazioni capaci di muoversi al di fuori – e spesso contro – le leggi vigenti, avvicinarono a sé questo sogno di una patria.
L’Aliyah Bet, le navi clandestine, i kibbutz furono tutti gli strumenti in loro possesso per concretizzare quella necessità di sopravvivenza sia prima della guerra, nell’accogliere chi riuscì a fuggire dall’Europa, sia durante e dopo il secondo conflitto mondiale, quando fu chiaro che la liberazione non era stata sinonimo di libertà per tutti. In previsione di ciò, nell’Yishuv che precedette la fondazione di Israele, gli ebrei si dotarono subito di tutti gli “apparati” statali necessari in vista della propria autodeterminazione, come quelli per l’assistenza sociale, l’educazione, la sicurezza, l’immigrazione.
“Se non io, chi per me? Se non ora, quando?” divenne, così, l’imperativo di migliaia di ebrei del secondo dopoguerra. I solidi confini di uno stato furono l’unica via praticabile per la sopravvivenza, in una realtà che aveva appena dimostrato di quanto antisemitismo fosse capace e che non poteva di certo definirsi immunizzata dal rischio di future violenze.






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